Così dicendo, s'eran già incamminati sui passi dei Palavicino il quale, correndo a furia, li faceva correre affannati. Percorsero così una, due, tre contrade, e nel silenzio che a quel tempo, in quell'ora s'era steso per tutto, s'udivano distintamente le veloci peste delle quattro pedate.

Ma il Palavicino non s'accorgeva di nulla; la condizione dell'animo suo era tale, da non permetterle d'aver più una sensazione del mondo esterno. D'improvviso rallentò il passo, pareva fosse incerto della via per dove avesse a prendere; fu due o tre volte per ritornare al palazzo del conte Mandello, ma l'idea che doveva fermarvisi tante ore per aspettarlo, lo fece risolvere diversamente. Aveva bisogno di trovarsi solo con sè stesso, di agitarsi, di correre. Qui gli venne un altro pensiero. Ma nell'irresoluzione percorse e ripercorse due o tre viottoli; essendosi finalmente determinato, accelerò più che mai il passo alla volta della casa paterna.

Egli medesimo non sapea veramente perchè si recasse a quel luogo di tanto terribili memorie, ma il fece forse per quella inesplicabile e disperata voluttà, onde l'uomo, non potendo in nessun modo far cessare un dolore, gode quasi nel tentar d'aggiungergli egli stesso un'asprezza nuova.

Davvero che quegl'istanti eran così crudi, così desolati, così orrendi per lui, che, a non rimanerne oppresso e vinto gli bisognava un fatto, una occasione, una cosa qualunque che, in qualche modo, ne cangiasse il tenore.

Camminato così per qualche tempo, intravide finalmente, attraverso la folta nebbia, la torre quadrata della sua casa fatale; s'accorse poi come di una viva luce che, innanzi al portone, diradava qualche poco la nebbia.

Fatto un passo, riconobbe il vecchio portinaio del palazzo che teneva un lampione, l'unico rimasto degli antichi abitatori di quel luogo, l'unico dei tanti servi che, una volta, popolavano quel palazzo. Questo, passato al fisco e vuoto da molto tempo, era stato dato in custodia a lui per ingiunzione del fisco stesso, e il vecchio servidore con rammarico vi rimaneva. Nel momento che il Palavicino lo scòrse, esso tornava d'aver detto il rosario ad una vicina cappella, e stava per chiudersi dentro; udì allora chiamarsi per nome, si volse, e vide il figlio del suo antico padrone senza riconoscerlo al primo; ma quegli, trasportato dalla sua disperazione, senza saper quello che si facesse, mise il piede in palazzo.

Fu allora che il servo, seguendolo col lampione, e riconosciutolo, ne fu oltremodo colpito e gli disse qualche parola; se non che il Palavicino, sturbato ne' propri pensieri da quel suono, meccanicamente gli accennò di tacere.

Si fermarono così ambidue nel mezzo del cortile…. il lampione, per la nebbia, formava come una grande e rossa aureola intorno ad essi, la quale riusciva a rischiarar qualche poco gli atrii, lo scalone e le finestre del palazzo; il Palavicino vi gettò un'occhiata; questa bastò perchè la sua faccia, in un subito, tutta quanta si bagnasse di lagrime. La vista di una finestra di quegli atrii, di quella scala, facendogli di balzo ritornar nella memoria la madre sua che, la notte ch'ei fu cacciato di casa dall'inesorabile padre; n'era discesa per abbracciarlo un'ultima volta sotto gli atrii, e richiamandogli il tenore delle affettuose parole di lei nel tristissimo istante dell'abbandono, gli mise l'animo sossopra. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma intanto che il servo stupefatto taceva, che Manfredo gemeva, che la fiamma del lampione stridea per l'umidità, in quel silenzio s'udiva il rumore continuo (e parea venisse da una delle contigue casupole) come di un arcolaio che girasse e girasse, e una voce femminile che accompagnava quel suono.

Una povera donna, forse ad ingannare la dolorosa e lunga solitudine e la noia del lavoro, cantava macchinalmente una di quelle semplici e rudi canzoni che il popolo trova, e che passano per tutte le bocche in una data stagione. Canzoni che, nel territorio milanese, sono vestite di suoni così monotoni, e improntate di quella gravezza così esclusivamente longobarda, che ci pesan sull'animo, anche allorquando le parole han significato giocondo.