Ma le parole che, cantando, pronunciava la povera filatrice, eran troppo lontane dal rendere una idea lieta; eran parole nate spontaneamente, non faceva gran tempo, sulle labbra commosse del popolo per riassumere, coll'unica efficacia della naturale poesia, la vasta congerie degli atroci fatti ond'erano d'ogni intorno oppressi: canzone che, cantata in pubblico, era costata a molti la prigione e il patibolo, ma che quella donna, senza pensare più in là, cantava tranquillamente nella sua innocenza.
Il Palavicino dovette, per forza, prestarvi orecchio. Il frammento vernacolo che la voce continuava a ripetere, era questo:
I campann d'òr e d'argent
Hin in del pozz de sant Patrizzi….
Dimmel a mì che s'era present,
L'era proppi un gran stremizzi….
Dâi lader… dâi lader…
Che sèm tutti ruvinaa…
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La cantilena con cui, facendo il ritornello, si esprimevano quegli ultimi due versi, era di tal natura che, mettendo i brividi nel sangue, facea rizzare i capegli in sulla fronte.
Il Palavicino non potè sopportarla … le sue lagrime si arrestarono; due dolori si fusero in uno, salutò grave il vecchio servo, che lo guardava stupefatto … ed uscì.
Fuori del portone, s'incontrò faccia a faccia coi tre che lo stavano attendendo; ma egli non ci badò, e infestato da quel lûgubre canto che, nel generale silenzio, gli suonò fino all'estremo punto della contrada, continuò il suo disordinato cammino.
Ma noi, senza più accompagnarlo, lo lasceremo nella trista compagnia dei tre che più gli si stringono dappresso; e giacchè la canzone della povera filatrice ci ricondusse ai gravi pensieri della cosa pubblica, è bisogno che noi, rimontando molti anni addietro, tentiamo riassumere adesso, in brevissime parole, le cause che da lontano la prepararono, per ritornare poi tosto ai privati avvenimenti.
Trent'anni prima dell'epoca a cui siamo coi fatti che raccontiamo, chi avesse voluto tener conto della condizione di Milano, anche dopo avere assistito alle poderose forze del commercio di Genova, di Pisa, di Livorno, di Venezia, alla grandezza cui eran salite le arti a Firenze, a Ferrara, e le scienze a Bologna, a Padova, sarebbe rimasto tuttavia maravigliato, contemplando la floridissima condizione del Milanese.
Lanifizj e setifizj in tanto numero, quale non ebbe a vantar mai prima di quell'epoca; fabbriche di stoffe, di broccati, di broccatelli, di bucherame, che esportavansi nella bassa Italia, a Lione, a Parigi, a Londra, persino alle Fiandre, dove pure l'industria manifatturiera era giunta a così alto punto. Officine innumerevoli per la fabbricazione delle armi, all'acquisto delle quali si accorreva qui, come tutti sanno, da tutt'Europa. E a tal potenza manifatturiera e commerciale non inferiore la coltura delle scienze, delle lettere, delle arti. Lodovico fu per Milano, nella relazione colla civiltà, quello che fu Leon X a Roma, colla differenza assai notevole, che Lodovico gli fu anteriore di un quarto di secolo, e che invece di trovare il cammino in gran parte già dischiuso, dovette egli il primo aprirlo di posta, dopo che il governo feroce e tenebroso dei due ultimi Visconti, l'anarchico interregno, torbida linea di divisione tra lo spegnersi d'una dinastia, e il sorgere d'un'altra, l'atrocità mentecatta di Gian Galeazzo Maria, che avea disperse al tutto le generatrici sementi del primo Sforza, avevano moltiplicati inciampi al vitale dispiegamento di tutte le forze d'uno Stato. Inciampi che al Moro riuscì di superare con tale prontezza e pienezza di risultato, che lo fanno meritevole della lode degli storici.
Pubblici stabilimenti d'istruzione, le scuole del Piatti, del Calchi, del Grassi, s'aprirono sotto lui per la prima volta. Il Calcondila, il Merula, il Minuziano, il Ferrari ed altri molti si raccolsero in Milano, per insegnarvi scienze, lettere, lingue erudite. Il Leonardo fondò la scuola lombarda di pittura; il Gaudenzio Ferrario, il Luino, l'Oggionno, antistiti di quella scuola, fiorirono sotto il Moro. Bramante dispiegò per lui il suo straordinario ingegno architettonico, e lo trasfuse in Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino. Insieme ad un'accademia di pittura venne pure dal Moro fondato il primo conservatorio di musica che vantasse Italia, e così molt'altre instituzioni s'effettuarono per le sue cure, come sanno anche coloro che men sanno di storia patria.