E tali cose noi avremmo tralasciato di por qui, considerando che in mille guise furono già notate, raccontate, discusse da storie generali e parziali, da cronache municipali, da dissertazioni accademiche, artistiche, se non giovasse richiamare un istante tutti codesti fatti gloriosi in mille libri notati, per parlar poi dell'ultimo esito a cui toccarono, vogliam dire dell'assoluta loro scomparsa, del loro diuturno esiglio dal paese nostro; fatto complesso dissimulato di molti fatti individui, replicati ad esuberanza; fatto che, esplicitamente almeno, e quando è toccato, intendasi bene, questo solo periodo di tempo, non si trova registrato ne' libri.

Abbiam detto quando è toccato questo solo periodo di tempo, perchè, parlando poi dell'era ispanica, tutti gli storici tumultuano in folla, ripiangendo la fuga delle arti, accelerata dal suono del tamburo delle soldatesche spagnuole.

La scomparsa delle arti e delle industrie venne dunque da tutti sin qui registrata dopo la venuta degli Spagnuoli, non mai prima; e di recente anche un nostro distintissimo concittadino, il quale è solito a portar nelle questioni, anche quando le tocca di volo, un acume, un tatto, un'indipendenza di giudizio certamente non comuni, mise anch'esso la sua sottoscrizione accanto all'altre numerose, forse, noi crediamo, perchè fu quello un momento di molta fretta.

Fu dunque sempre creduto che il ducato di Milano, prima del reggimento spagnuolo, quantunque abbia subite infinite crisi, le abbia però sempre subite nel rapporto esterno, nel rapporto colle nazioni conquistataci, non mai nell'interna vita, la quale fosse poi sotto a un governo, che sotto a un altro, si credette continuasse ad esser sempre vegeta e rigogliosa.

La questione è dunque intorno all'epoca vera in cui le arti esularono da noi, epoca che noi porremo alla seconda venuta dei Francesi in Lombardia. E sebbene di un tal fatto non ci sia espresso racconto ne' libri contemporanei, v'è però se non il racconto, gli elementi almeno di esso, in alcune lettere d'uomini contemporanei, di pittori, di scultori, lettere di Luino, di Ferrario, i quali assicurano non trovar più modo di vivere decorosamente a Milano; e in quanto a' libri, se non se ne parla a precise parole, sono in esse registrate le cause di effetti necessari taciuti, che sono appunto l'emigrazione di artisti, di manifatturieri, la dispersione delle varie industrie, e l'esportazione cessata, il consumo interno assottigliato.

Qui ci si potrebbero opporre alcuni fatti, quali sarebbero l'assegnamento di diecimila ducati, che il re fece al municipio per opere di pubblico vantaggio, e il progetto e gli studi per render navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo…. Ma son essi fatti sparpagliati, tentativi non effettuati, e che necessariamente debbono rimanere oppressi dalla folla de' fatti contrari.

Ma la colpa d'aver prodotti tanti infelici risultati è ella tutta della Francia? Senza dubbio fu sua, e tanto più in quanto era del suo interesse medesimo il ripararvi; ma in gran parte, convien pure confessarlo, essa fu anche nostra, fu del ceto patrizio.

Pretermettiamo adesso il fatale errore di Lodovico d'aver chiamato i Francesi in Italia; esso fu, senza dubbio, la causa prima ed unica di molti tristissimi effetti, non di tutti però; e in quanto a' lontani e a' non necessari, essi si sarebbero potuti stornare, se i patrizi non avesser poi aderito a' Francesi, se per odio di Lodovico, abbastanza, ne pare, punito dell'error suo, o dagli stessi che invitò a discendere in Italia, non avesser preso ad avversare alla dinastia sforzesca; contraddizione inesplicabile, e strano modo di far iscontare una colpa, sforzandosi a perpetuare gli effetti della colpa medesima.

Se il ceto patrizio, sdegnando d'agitare la vita in un teatro angusto, non avesse vagheggiato un più vasto campo, o se, sdegnando d'obbedire ad un duca vicino, che dovea pure frenare le loro prorompenti ambizioni, non avessero anteposto di obbedire ad un re più potente ma lontano, che, come speravano, avrebbe loro rilasciati i freni; se, infine non fossero stati indotti a far così dalla smania di novità, causa frivola e ridicola di effetti seri e gravissimi, all'errore del Moro sarebbesi pure in qualche modo messo riparo.

Ma questa non sarebbe che la prima colpa del ceto patrizio, colpa anteriore allo stabilimento de' Francesi in Lombardia. È di un'altra che noi intendiamo parlare, e del fatto posteriore all'invasione, dell'avere cioè operato quanto per lui si poteva, a scompaginare l'intima vita dello Stato, il quale, anche sotto il reggimento francese, sebbene inglorioso, avrebbe tuttavia potuto, fino ad un certo punto, durar tranquillo e prospero.