Fin dalla prima volta che i Francesi eran venuti in Lombardia, e dopo che Luigi venne a visitar Milano, una folla di gentiluomini lombardi, a sfoggio di zelo ed a gratificarselo con quanti mezzi poteano, avevan voluto accompagnarlo in Francia, dove per qualche tempo, allettati dalle lusinghe del re, fermarono la loro dimora.
L'assenza diuturna de' più facoltosi cittadini dalla madre patria, fu e sarà sempre una cagione di rovina.
Costretti que' patrizi a presentarsi alla corte del re, dove il lusso e la magnificenza erano al massimo grado, nè volendo mostrarsi da meno degli altri, troppo facilmente erano spinti a gettare in un mese il reddito di un anno, e quell'oro così lautamente sparso a colmare le mani parigine, venne per la prima volta, defraudato alle lombarde, che tosto subirono la grave influenza dell'inaspettata privazione. Compiaciutisi nella loro colpevole leggerezza, a scimiottare, in quel tratto di tempo che dimoravano in Francia le foggie di colà, appena tornati in patria, mostri a dito per le novità che seco recavano, cominciarono a suscitare una stolida gara fra coloro che non erano usciti di qui, e i costosi viaggi si moltiplicavano; ognuno sollecitava di far seguito alle ambascerie, ognuno faceva lunghi risparmi in patria, per isfoggiare e sparnazzar fuori.
In Francia intanto avevan cominciato a prender sopravvento, sulle nostre, le merci e le manifatture delle città olandesi, a lei più vicine delle italiane. I velluti e i rasi d'Utrecht, i drappi, gli arazzi d'Osnaburgo, le trine di Brussell, le maglie di Gand, ebbero spaccio a preferenza. E i nostri, che avevano tanto risparmiato in patria, gettarono a scialaquo il loro oro nell'acquisto di tali merci, e reduci fra noi arricciarono il naso, schifando le manifatture patrie, non inferiori per nulla alle olandesi, le quali se ebbero smercio in Francia, fu per la sola cagione della maggior vicinanza e facilità di trasporto. Non s'accorsero che ciò ch'era utile ai Parigini, era dannoso a noi, e così chi più desiderava farsi mirare e primeggiare e por legge altrui, arrossiva di valersi ancora dell'opera di mani concittadine.
Le corse intanto a Parigi si moltiplicavano più volte in un anno, e un patrizio che, una volta almeno, non si fosse presentato all'udienza del re a Fontainebleau, bisognava scansasse le rumorose società, se non amava, esser messo in ridicolo; d'esser posto in ridicolo perchè desiderava il ristabilimento della dinastia sforzesca, perchè, lombardo, sdegnava inchinarsi innanzi ad un re francese; di esser posto in ridicolo perchè, conservando tuttavia le foggie italiane più proprie, più eleganti, più logiche di quante si conoscessero, non voleva assumere le altrui; d'esser posto in ridicolo perchè, invece di gettar le ricchezze a scialacquo fuori della città propria, le distribuiva utilmente tra i concittadini, e ne incoraggiava, alimentandola, l'operosa industria.
Di questo modo cominciò, un dì più dell'altro, a venir meno l'esportazione delle cose nostre; e rimettendosi i patrizj, appena si riducevano in patria, a' più stretti risparmi, per ristaurare le ricchezze altrove dilapidate, cominciò a mancare anche il consumo interno. Per consenso, coloro che stavano a' loro servigi e raccoglievano qualche frutto dalla loro ricchezza, furono costretti a fare altrettanto; una veste di meno, un grappolo di meno, un pane di meno; e il venditore ch'aveva sempre veduta la moltitudine affollarsi agli sportelli, si sgomentava del suo improvviso diradarsi. Ci fu un'apprensione, un allarme generale; si radunavano a crocchi fabbricatori, venditori:—Se voi non vendete, a me non convien fabbricare; la fortuna, se qui più non risponde, bisogna tentarla altrove; ormai ci bisogna uscire, qui non è altro a fare; converrebbe che tutti quanti facessimo l'armajuolo, questa sol'arte ha spaccio ancora, le altre son disertate…—Queste voci cominciavano ad espandersi, i progetti cominciarono a ventilarsi; infine più d'uno emigrò, e più d'uno a Parigi, dove tutti i patrizj lombardi affluivano, fece fortuna. L'esempio suscitò l'imitazione, e, fin dall'ora, molte arti indigene esclusive di Lombardia, si trapiantarono oltremonte.
E dopo il ritorno di Massimiliano Sforza, la maggior parte del ceto predominante, avverso al ristabilimento di quella dinastia, o fermarono al tutto la loro dimora in Francia, o in patria fecero ancor peggio di chi se n'era ito altrove. Il buon senno, esulato dalle alte regioni, erasi rifuggito nelle più basse, che pur sono consueto dominio dell'ignoranza e della superstizione, ma il popolo minuto, stretto dai fatti, s'accorgeva del tarlo, mentre i patrizj, illesi tuttavia, godevano a soffiar nella fiamma che, a lungo andare avrebbe involuto anche le robe loro.
Gettando un'occhiata sulle varie magistrature in quel secolo costituite in Milano, su quelle che non potevano essere esercitate che da nobili, e segnatamente al gran consiglio de' Novecento, c'incontriamo in un fatto, del quale non fu mai tentato d'indagar la cagione.
Prima che si aprisse il secolo XVI ossia, prima che la Francia si stabilisse fra noi, il numero dei novecento che costituivano il gran consiglio ora tuttavia completo. Poco dopo, ai novecento si cominciò a sottrarre il centinaio, e grado grado il numero si venne tanto assottigliando che, nel 1516, a quel consiglio più non rimaneva che l'appellazione de' novecento, non contando in fatto più di 150 nobili.
L'appellazione superstite è prova, ch'esso non venne mai abolito nè ridotto a minor numero per decreto espresso, (perchè, quando ciò avvenne sotto il Lautrec, che volle non fosse costituito che di soli 60 decurioni, l'appellazione di gran Consiglio cessò, e le fu sostituita quella di Cameretta), parrebbe dunque che quella riduzione di numero sia avvenuta di sua natura, vale a dire per assenza spontanea e diuturna del più dei patrizj, assenza dalla città, o solamente assenza dal Consiglio, per disamore delle cose patrie.