Ed ora ci sarà forse taluno cui dispiaccia siano state scoperte codeste piaghe, e ci voglia gridare, ch'era debito nostro il tenerle celate? Se v'ha chi se ne senta la tentazione, si alzi pure, si alzi, e gridi a sua posta; noi teniamo in serbo una risposta per lui.
Dopo la battaglia di Marignano le cose camminarono di male in peggio sempre più; quando il commercio e le industrie lombarde ebbero ricevuta una così mortale percossa, le arti consacrate al solo diletto, al solo ornato, tanto meno furon valide a sostenersi. I patrizj assenti lasciavan senza commissioni scultori e pittori; reduci e in bisogno di far risparmi, cessarono di far donazioni alle chiese, le quali in quel secolo, ajutavan l'arti, aiutate dalle elemosine. Cosi una cosa crollando ne faceva crollar mille, e i patrizj, che avevan dato il primo urto non si ristavano; così la città nostra vide passare molt'anni, spensierata, indolente, tranquilla, come il possidente che, ignaro che il suo gli è dilapidato a furia, dorme abbastanza placidi i sonni, improvvido che un rovinoso sequestro il getterà nudo, quandochessia in mezzo alla folla.
Ma venne un anno memorabile; un governatore partì per dar luogo ad un altro. Il sonno fu rotto di colpo ai Milanesi che spaventati, si destarono; sarebbero morti di lenta consunzione, e la violenza accelerò gli estremi dolori; sarebber morti senza pianti, senza strepito, forse senza patimenti, tranquilli. Ma ferri omicidi e flagellature a sangue, fecero loro alzare così acute grida di spasimo, che furono udite a grandi distanze, e tanti e tali strazj, operò un sol uomo di noi, che l'orrore non ne può essere scemato, anche dopo sì lungo corso di tempo.
Ora è di un tal uomo che ci dobbiamo occupare.
CAPITOLO XX
Mentre la tenebra più fitta di questo rigido dicembre copriva la città tutta quanta, il palazzo ducale e il largo spazzo che gli si stende innanzi, appariva come circonfuso da una rossa nube in molti punti e ad uguali distanze attraversata da vivi raggi di luce; era l'effetto prodotto dai finestroni del palazzo che riboccavano di splendore, al quale facea velo la foltissima nebbia. Chi, in quell'ora, avesse osservato Milano da un'eminenza, sarebbesi accorto ch'era quello l'unico punto risplendente nell'oscurità totale; chi avesse potuto raccogliere tutti i suoni che s'innalzavano allora dalla vasta superficie, in quell'unico luogo avrebbe udite voci allegre e baccanti, le quali facevano un duro contrapposto alle parole di lamento e d'ira che si alzavano da mille punti della città oppressa. Una catasta accesa di notte ad ardere ossa in un campo santo, intorno alla quale i becchini, nell'atroce loro indifferenza, prorompessero in iscoppi di risa, potrebbe dar qualche immagine di quel luogo, di chi vi dimorava, di Milano, dei Milanesi a quel tempo, in quell'ora.
Il governatore in una grand'aula del palazzo ducale, soleva passare gran parte della notte in mezzo ai suoi ministri, ai suoi baroni, agli ufficiali, ai soldati. Era una di quelle immense aule gotiche, di cui si è smarrita la misura dall'architettura pigmea di oggidì.
Pochi minuti dopo ch'era scoccata l'ora di notte, in quell'aula, da una contigua, traguardando nella quale, vedevansi ardere ancora i doppieri sui confusi avanzi di una gran mensa disposta a ferro di cavallo, entravano a diversi gruppi i soliti commensali del governatore; bisbigli, parole, cachinni, risa, sghignazzi, grida uscenti da più di cento bocche si fondevano in un rumor solo, vasto e forte, che avrebbe impedito di udire il rombo del grosso campanone del duomo vicino.
Di tal modo, in breve, quel vastissimo luogo divenne quasi angusto per tanta gente. Una gran fiamma, erumpendo allora da più fascine appoggiate a' grandi alari di bronzo, s'innalzava gigante crepitante, scomparendo coll'acuta sua lingua, sotto l'immensa cappa di un camino straricco di sculture a tutto rilievo, di proporzioni rispondenti a quelle della sala, e innanzi a cui stavan disposti una trentina di sedili. La ricchezza onde la sala era addobbata era certamente straordinaria, ma in tutto militare, senza impronta nessuna dell'eleganza squisita di quel secolo; nel mezzo una tavola lunga e stretta, ingombra di vasi, di vassoi, di anfore, di mescirobe, di guastade, di fiale, di calici. I vini di Sciampagna, di Borgogna, di Provenza, tutte le ragioni dei vini di Francia, e le più squisite d'Italia e di Spagna, attendevano colà d'esser travasate nel capace ventre della soldatesca patrizia. In molti luoghi v'eran tovaglieri dei giuochi, il faraone, la zecchinetta, la cricca, la tavola reale. Una camera vicina, osservando nella quale si vedevano elmi, corazze, scudi, spade, azze, palozzi e fasci di fioretti alla rinfusa, era destinata all'esercizio della scherma. Il governatore, schermidore d'una straordinaria potenza, vi si provava a tutte le ore del dì.
In breve, ciascheduno dei cento si ebbe scelta l'occupazione che più gli andava a grado; molti, colme le tazze di vin di Borgogna, si disposero in giro intorno all'ampio camino; nessuno sedette però; tutti aspettavano ci venisse il governatore, il quale, come alligatore al sole, godeva digerire il suo pasto all'ardente riverbero della fiamma.