Dopo qualche tempo, il governatore finalmente entrò; entrò a passi gravi, e gettando in giro una torva occhiata (era codesto un suo moto caratteristico, e lo ripeteva assai spesso). E prima piantossi in piedi innanzi al camino col tergo rivolto al fuoco; l'ombra dell'alta e complessa sua corporatura si proiettò allora, allungandosi in giganti proporzioni sul pavimento e sulla parete opposta, tutta illuminata dalla rossa luce della fiamma; poi si volse, e gettatosi a sedere, dispiegò le mani a comunicar loro il vivo calore del fuoco. Il suo volto truce di cicatrici, metà illuminato dal fuoco, metà coperto dall'ombra delle mani, faceva una impressione di ribrezzo e di paura ad un tempo.
Erasi fatto un po' di silenzio; in quello si alzò la sua voce chioccia e nasale:
—Stando di là, udivo il barone De-Forses che parlava, e i vostri sghignazzi che rispondevano; se fosse mai la storia di qualche sposa o fanciulla o donna qualunque che voi aveste fatto strillare, tornate da capo, vi ascolteremo con piacere.
E il De-Forses si fece innanzi. Allora i più fecero cerchio intorno al Lautrec ed al barone coclega, che replicò un racconto tenuto alcuni momenti prima. Narrò una storia recente, di cui egli era stato il principale attore, una storia di sopruso, di libidine, di violenza. Narrò le preghiere e le lagrime disperate d'una tra le più belle e virtuose gentildonne lombarde; narrò la morte miserissima di lei; e il tetro barone, riputando così di rendersi più accetto, caricava ad arte gli atroci colori del suo racconto, che noi avremmo orrore di ripeter qui.
Ma parve che il Lautrec ne ricevesse questa volta una sensazione, chi sa per qual causa, ingrata, perchè, sebbene volesse dissimulare, pure gli scappò detto:
—Basta così, De-Forses, basta, volevo qualche cosa di più allegro; e si concentrò in sè medesimo, chi sa a quali obbietti pensando.
A quelle parole, a quell'atto del governatore ciascheduno si ritrasse, lasciandolo solo innanzi al camino. Tutti que' baroni ed ufficiali e soldati francesi, che pure eran tanto orgogliosi, di sè stessi, tanto iracondi, tanto affrenati, allorchè trovavansi presso il governatore, parean schiavi tremanti al cospetto del loro signore. Erano così procellosi i suoi impeti quando l'ira lo trasportava, così mutabile l'umor suo, così difficile a comprendersi quello che gli piacesse, quello che no, che ognuno stava in gran riguardo, per non profferir parola o fare atto il qual fosse in fallo. Ed era sempre curioso a vedersi, come a tutti cadesse improvvisamente ogni baldanza quand'egli, da una tal quale alacrità apparente, passava, di colpo, ad una concentrazione profonda senza farne le viste, ognuno si dileguava, amava star lontano da lui. Tacque dunque De-Forses, le atroci risa cessarono.
In quella, da un tavoliere intorno al quale stavano osservando una dozzina di soldati, sorse quel grido che, di solito, accompagna il fine ansiosamente aspettato di una partita di giuoco.
—È vinta, gridò un francese, l'uno dei giuocatori; è questa la prima volta, in dodici mesi, che il conte perde due partite, l'una dopo l'altra; domani, l'artiglieria del castello ne darà avviso a tutta la città, è cosa che lo merita.
—Se questa fu una perdita, rispose allora il vinto, non mi pesa però, perchè presto mi varrà una vincita ed una vendetta; e la voce bella, tonda e sonora onde furono pronunciate quelle parole colla cara italiana pronuncia, si alzò su tutte le altre.