Era la voce del conte Galeazzo Mandello, amico nostro, che, saettando la nera e vivace pupilla su chi gli stava d'intorno, scuotendo la nerissima chioma, ed accennando del nobile suo volto, pareva l'uomo re in mezzo ad una razza degenere.
Era da qualche tempo che giocava a tavola reale con uno di quei Francesi, ma dall'angolo ove stava seduto, avendo udito il racconto del De-Forses, non avea potuto mantenere il suo sangue freddo, e la sua attenzione, interrotta dallo sdegno che quasi gli fe' rompere in quel punto la sua regola di dissimulazione, non valse a dargli vinta la partita.
—Quel che sarete per fare di poi, seguì a dirgli il francese vincitore, lo farete a comodo vostro: domani intanto l'artiglieria si farà sentire.
—Ebbene, sia ciò per dato, rispose il Mandello, qualora però io non vinca adesso con voi sei partite, l'una dopo l'altra; s'io non vinco, i doppi petardi dei castello annuncino pure la mia sconfitta domani.
—Accetto il patto.
—E tal sia.
Così i due emuli si rimisero a giuocare.
Ma in che modo il conte Galeazzo poteva acconciarsi a vivere in mezzo ad uomini da' quali la sua città era tanto conculcata…. e perchè vi si acconciava? un tal perchè basterebbe cercarlo nell'indole originalissima di lui; ma altri ve n'aveva, e gravissimi. Basti il dire intanto, che fu immenso il vantaggio derivato dalla sua dimora nella città, nel tempo che quasi tutti ne uscivano. Fu per lui se molte e molte famiglie avevan potuto scampare dall'ultima rovina; egli che sì spesso aveva barcollato della persona, fu potente a sostenere le altrui fortune che crollavano. Molti gentiluomini, la maggior parte anzi, prima d'esser còlti, avvisati da lui, avevan potuto uscire; fu esso che consigliò a tutti di vendere quante terre possedevano in Lombardia, perchè non andassero in gola del fisco, e d'impiegare l'oro che ne cavavano sulle banche di Genova, di Livorno, di Pisa. Anch'egli avea fatto il medesimo, aveva altrui vendute tutte le sue terre fino all'ultimo jugero, tutte le sue case che aveva in Milano, fino all'ultima catapecchia, e il suo stesso palazzo a S. Martino in Nosigia era stato comperalo da un ebreo di Genova, al quale, intanto che continuava ad abitarvi, ne pagava l'annata.
Era mirabile in quest'uomo il concorso di tanto acume, di tanta sicurezza, di tanto sangue freddo e di un buon senso così invariabile in mezzo alle sue medesime stranezze e alle sue stesse intemperanze, alle quali però, fin dal momento che in lui alla nausea della generale abbiezione era successa la pietà delle comuni miserie e la speranza della virtù rinascente nei colleghi patrizj, avea saputo mettere un freno per conservare ancor più lucida la lucidissima sua mente.
Però, accostatosi al Lautrec, che aveva conosciuto fin dai primissimi anni a Parigi, credette opportuno pe' suoi fini di continuarne la pratica, ma sebbene sul governatore, cosa di cui neppur egli sapea farsi capace, avesse grande ascendente, pure stette sempre in gran riguardo di sè stesso, e, per essere disimpacciato nelle sue mosse, pensò bene svincolarsi da tutto ciò che poteva obbligarlo a starsene presso lui. Come l'uomo incerto se debba rimanere nella propria terra o fuggirsene altrove, teneva, nel frattempo, i due piedi sui due confini, all'erta e in sull'ali continuamente per prendere di volo il suo partito, quando si fosse presentato il momento. Frattanto tutte le sere, sedendo alle mense del governatore ed alle sue tavole di giuoco, non perdeva il suo tempo neppur qui…. e sbancando largamente que' baroni francesi a tavola reale, ogni notte metteva da parte il molt'oro che ne cavava, e alla mattina facendo il giro della città in cerca delle più laide miserie, adoperava l'oro medesimo dei Francesi per sanare le piaghe fatte dai Francesi. Se fosse lecito il dire, che un uomo sì poco santo, qual era il conte, fosse il rappresentante della provvidenza in terra, per verità ch'egli poteva esserlo: ma ora lasciamo ch'esso continui a battersi col suo avversario.