Per la sciagurata Elena, la deformità del Lautrec fu il gravissimo dei danni, che s'egli nel suo orgoglio non si fosse tenuto lontano da tutte le donne, forse nella vita avrebbe trovato qualche nuova illusione, e in questa stemprandosi le ire, avrebbe dimenticata la prima causa d'ogni suo tormento, quantunque un altro ostacolo vi fosse forse per ciò.

Non era solo per la distanza in cui tenevasi dal voluttuoso mondo, ch'egli vedeva continuamente innanzi a sè l'immagine di quella donna. Anche senza di ciò, egli si teneva un pegno con sè che tuttodì gli riproduceva quelle vaghe forme; un pegno pel quale soltanto avea trovata la forza di sopportare l'orribile vita; un pegno ch'egli amava con quell'eccesso di trasporto onde odiava la signora di Rimini e il Palavicino.

Uomini della tempra del Lautrec è forse impossibile trovarne ai nostri dì, e quando la natura ne riproduce di tali, le diverse condizioni della vita attuale li dirigono in modo da tramutarne al tutto l'indole primitiva. E oggidì sarebbe un fatto mostruoso quella costanza dell'odio per cui il Lautrec mai non perdette di vista, e mai non abbandonò le tracce dei Palavicino.

Sul mare, in veduta di Rimini, noi fummo spettatori dell'impeto furibondo onde l'ebbe investito; sappiamo che un anno dopo, alla battaglia di Novara, pagò un soldato perchè togliesse di mezzo il giovane Manfredo. La vigilia della battaglia di Marignano, i quattro sgherri colti sul fatto, come era la congettura di Manfredo stesso, erano stati pagati da lui.

In altre circostanze il Lautrec non avrebbe mai voluto ricorrere a questi così vili mezzi; ma l'odio gli aveva messa la benda, e senza vergogna avea gettato dietro di sè ogni virtù di cavaliere.

E in questo momento medesimo egli se ne sta pensando appunto al giovane gentiluomo, e sospirando l'ora in cui la sorte glielo porrà tra le mani.

Mal riuscitogli il primo ed il secondo tentativo, ostinossi sempre più nel suo truce proposito, e tanto aguzzò l'ingegno nel cercare un'insidia che non fallisse allo scopo, che per sciagura del Palavicino l'ebbe alfine trovata.

La lettera spedita a Roma, per sollecitare il ritorno di lui a Milano, non fu dunque mai scritta per accontentare le ultime volontà della madre del Palavicino; bensì fu fatta scrivere dal Lautrec medesimo, cosa di cui il lettore si sarà già accorto.

Com'egli seppe la condizione della contessa Palavicino, alla quale o per deferenza del conte Mandello che l'avea ricovrata nel proprio palazzo, o chi sa perchè altro, mai non aveva fatta ingiuria, come seppe poi quanto amore portasse Manfredo a quella donna, di colpo gli balenò quel modo di trarlo nelle proprie reti, e considerando che lo avrebbe così avuto vivo nelle proprie mani, fu assai contento della non riuscita dei primi tentativi.

Egli era dunque da qualche dì che il Lautrec se ne viveva inquietissimo; perchè, misurando tempo e distanze, parevagli che, se la lettera avesse avuto l'effetto, doveva a quell'ora essere arrivato. Tempestava perciò continuamente que' suoi cagnotti, che in agguato del Palavicino aveva sparpagliati in varie parti della città, al palazzo di lui, al palazzo Mandello, alla chiesa di S. Martino, dove la contessa madre era stata sepolta, e dove tutto induceva a credere che il figlio si sarebbe tosto recato.