Scoccarono allora le cinque della notte all'orologio di San Gottardo. A tal suono si scosse, e di tratto fu ricondotto alla realtà che lo circondava. Fu il ritorno dello spasimo dopo un istante di calma perfetta. Ed egli n'ebbe sì cruda la sensazione, che balzò in piedi improvviso. L'angoscia di quell'uomo in tal punto varcò il consueto confine; avrebbe destato orrore più che pietà. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dopo qualche tempo entrò di fretta nella sala l'uomo di camera, e s'accostò al Lautrec. Quella folla di baroni, che da qualche tempo lo stava guardando in silenzio, notò la sollecitudine straordinaria con cui quell'uomo era entrato là dentro, e l'atto che fece il Lautrec nell'udire le parole.—Quest'atto fu tale che si guardarono in viso come interrogandosi sul suo significato, e tanto più quando videro il governatore prendere il fanciullo per mano, passarlo all'uom di camera e uscir con essi in manifesto disordine.

Uscito lui, il silenzio fu rotto di subito, e il generale bisbiglio che gli successe crebbe grado grado fino al più alto frastuono.

—Hai tu veduto?

—Che vorrà dir ciò?

—Sarà qualche dispaccio del re.

—Un dispaccio del re non può essere.

—Qualche lettera della sorella.

—Non poteva esserne scosso a quel modo.

—E che sai tu?