Ma la luce mancando sempre più, cominciò ad agitarsi tra quegli ufficiali del Lautrec quello che fosse conveniente di fare. Ci fu un punto che i due combattenti, impediti dall'oscurità, abbassarono spontaneamente le spade. Allora tutti gli ufficiali si aggrupparono intorno al Lautrec onde persuadergli che bisognava portare al dì prossimo la decisione del duello. Egli non rispose e soltanto fece capire che bisognava domandarne al Palavicino, il quale non rifiutò.
Quando il Lautrec fu uscito, gli ufficiali, che rimasero nella sala, e i gentiluomini lombardi si affollarono intorno al Palavicino, che in quell'istante d'intervallo, s'era buttato a sedere, preso da un repentino capogiro per l'eccessiva stanchezza e pel dolor vivo che gli derivava da tutte le membra lussate. Intorno a lui s'indugiarono così quanti eran nella sala gran parte della notte.
Ma nella stanza del Lautrec fu il massimo disordine in quella notte medesima. Ripensando al pericolo del fanciullo, pericolo che gli pareva si facesse sempre più grave ad ogni ora, le smanie del governatore ricominciarono…. e grado grado giunsero a tal punto, che parve il suo cervello avesse dato di volta affatto. Gli ufficiali che stavan con lui, scossi da quegli affanamenti forsennati, e temendo ogni peggior cosa, pensarono se vi poteva essere qualche pronto rimedio a tanto disordine… e di nuovo strettisi intorno al Lautrec per tentar di calmare i deliri di quel terribil uomo… si permisero di dare un consiglio.
Nell'impeto dell'amor paterno al governatore scappò detto che si facesse. La lontananza del proprio figliuolo gli era divenuta insopportabile. A qualunque onta si sarebbe sottoposto per riavere il suo Armando. Gli ufficiali non aspettarono altro allora, e tosto recatisi presso il Palavicino, fattegli presente la volontà del governatore, lo esortarono a star contento d'essere uscito con pari onore dalla gara, e di lasciarsi condurre incontanente a Reggio per mandar subito a Milano il figlio del Lautrec. Il Palavicino stette in prima ostinato un pezzo…. finalmente, vinto dalle parole di taluni lombardi che gli si misero intorno a scongiurarlo perchè non volesse abusare così della favorevole fortuna, stimò bene di aderire.
Di tal guisa si venne sciogliendo un nodo, dal quale pareva dover nascere una conseguenza risolutiva e tremenda. Ma non è questo esempio nuovo nelle umane cose, che gravi principi abbiano spesso fini leggeri o nulli, e viceversa poche e impercettibili faville sian causa più spesso di disastrosi incendi.
L'alba del giorno successivo il Palavicino era in viaggio per Reggio, accompagnato da tre ufficiali francesi.
Il viaggio fu lungo e tedioso, e non arrivarono in Reggio che la sera del terzo dì. Senza por tempo in mezzo, si recaron dunque al palazzo del governatore.
Giunti che vi furono, poterono accorgersi che v'erano attesi, perchè subito fu domandato se fra essi era il Palavicino, e appena questi si diede a conoscere, immantinente fu condotto nelle stanze del governatore, col quale appunto trovavasi allora il conte Galeazzo Mandello che aveva ricevuta la lettera del Palavicino il giorno prima.
Tosto che la porta della camera fu aperta, e gli occhi s'incontrarono, fu un commovimento straordinario; il Palavicino si precipitò nella camera e cadde come spossato nelle braccia del conte, che gli si slanciò incontro con un movimento istantaneo. Non mai entusiasmo d'amore spinse l'uno incontro all'altro due esseri così, non mai due cuori palpitarono d'una amicizia così santa, così profonda, così forte; tanto forte, che il Mandello sentì negli occhi le lagrime per la prima volta, e al Palavicino mancarono gli spiriti. Il Guicciardini intanto, colla calma inalterabile dello storico, stette contemplando quel gruppo. Il silenzio fu lungo e solenne.