—Che fino a nuovo avviso non ti uscirà mai di bocca che io son qui.
—Te le prometto.
Facendo tali discorsi si misero a passeggiare per la piazza di S. Marco, assistendo per forza ai sollazzi scomposti di una moltitudine di maschere, ai giuochi dei saltatori e dei mimi, ai banchetti che sotto tende posticce erano apparecchiati sulla piazza medesima.
Manfredo ebbe colà a vedere molti dei suoi compatrioti, chi a tener dietro ad una maschera collo zendado, chi, trattenuto per le vesti da qualche faziolo, a dilettarsi di voluttuose facezie, chi a fare altre simili cose, e quando fu l'ora, col conte Birago e col Mandello, messosi in una gondola piena di maschere e di donne leggiadre, si fece traghettare alla Giudecca.
All'immenso banchetto apparecchiato in quel luogo per centinaia di gentiluomini sotto a tende e padiglioni appositamente eretti e adobbate a spese d'un Barberigo, ricchissimo patrizio, con tanto sfarzo e tanta magnificenza da meritarsi una descrizione se ne avessimo il tempo, intervenne esso pure sempre colla mezza maschera al volto. Le imbandigioni diluviarono, il vino di Cipro riscaldò il cerebro a tutti quanti. I canti e i brindisi eccheggiarono a lungo. I Veneziani cantarono le guerre chiozzotte e la conquista di Costantinopoli e le glorie di Enrico Dandolo.
Quando, verso il fine del banchetto, un Veneziano rivolto a quei centinaio di Milanesi coi quali s'era messo in intrinsichezza:
—Noi ci abbiam messo il nostro, prese improvvisamente a gridare, or tocca a voi. Le nostre canzoni sono antiche come la patria nostra e le nostre glorie. Se voi ne avete di più belle e di più liete fate sentirle. E se il vostro dialetto ha più espressione e più grazia del nostro, noi stiam qui ad ascoltarvi.
Il vino di Cipro che aveva fatto assai bene l'ufficio suo, e aveva riscaldata la vena musicale di quanti patrizj milanesi eran là, fu causa che si accettasse l'invito, e quante canzoni popolari correvano allora pel territorio milanese furono così ripetute a più voci e in coro con infiniti applausi e risa che andarono alle stelle…
L'allegria di quei patrizj milanesi parea veramente eccessiva.
Il Palavicino, che osservava tutto e tutti, se ne addolorava in suo segreto, e osservando continuamente il conte Crivello e il Torriano e il Figino, que' medesimi che aveva incontrati venendo a Milano, e allora gli era sembrato fossero oppressi da un grave e solenne dolore, non sapeva farsi capace del come potevano adesso in quel così scandaloso modo tuffare nel vino e nell'intemperanza e nell'allegria baccante il pensiero della loro condizione e di quella del loro paese. Considerando poi che talvolta l'uom ricorre a tal mezzo per mitigare appunto un dolore che sia immenso, volle provare se ciò potea verificarsi anche sul conto loro.