—Io non c'entro, cari miei, rispose a tali parole il conte, e colta l'occasione, volgendosi al Palavicino che veniva in coda agli altri senza far motto e non osservato: egli è quest'uomo, soggiunse, che ha da parlare con voi, non io.
Tutti si volsero a guardare il nuovo personaggio che il Mandello additò; l'aspettazione e l'impazienza era dipinta sui volti.
—Son'io di fatto, disse allora ad alta voce Manfredo; il conte dice il vero, e pronunciando tali parole, si diede finalmente a conoscere.
La sorpresa fu generale e forte, e tanto più che nessuno sapeva indovinar le intenzioni. Tutti si fermarono in gran silenzio intorno al Palavicino.
In quel momento stesso, la campanella della chiesuola di Diedo battè undici colpi, le cui oscillazioni decrescenti smarrirono in seno alla folta selva degli abeti e nel vasto fremito delle onde marine…. La luna risplendeva ancora in mezzo al firmamento tuttora stellato, quantunque, dalla parte d'oriente, i leni crepuscoli cominciassero a tinger qualche poco i cieli.
Nella calma solenne di quell'ora, in quella solitudine, dove l'occhio del sospetto non arrivava, il Palavicino fu per la prima volta ascoltato con attenzione e con raccoglimento da' suoi compatriotti, al cui orecchio suonarono le seguenti parole:
—Innanzi tutto, o amici, prese a dire il giovane Manfredo, io debbo domandarvi perdono se v'ho tratto lontano da Venezia senza riceverne prima il vostro assenso; ma il tempo incalzava, ed occorreva di far presto; d'altra parte io mi teneva sicuro, come mi tengo anche adesso, che non vi sareste mai sdegnati con me quando foste per sentire dalla stessa mia bocca i motivi che mi consigliarono…. Io vengo da Milano ch'è poco, voi tutti ne siete partiti che non è gran tempo. Nei motivi della vostra partenza, anzi della vostra fuga, troverete anche quelli per cui ed io e questo mio amico al quale debbo la vita, e questo conte Birago, col quale per molti anni io non ebbi mai accordo, e che fu così generoso da esibirmi per il primo la sua amicizia, abbiamo pensato di condurvi qui. La condizione della nostra carissima terra è a tale estremo di miseria e di ruina, che basta toccarne di volo, perchè tosto ne si apra dinanzi la miserabile scena. Nè che a voi, anche nel mezzo delle allegre feste, fuggisse dalla memoria, io ne ebbi un profondo indizio, cari miei, indizio che mi fece sperar tutto da voi, pel quale compresi che del vostro paese è in voi ardentissimo l'amore. Due notti sono, ritornatevele nella memoria, io ebbi la gioja, sì, la gioja, di vedervi tutti quanti conturbati e percossi in mezzo alla allegria che vi circondava. Pure, a lungo andare, continuando a dimorare in questa città, era a temere che nel vortice assiduo dei sollazzi voluttuosi, delle intemperanze, delle libidini, raggirati a perdizione, foste per dimenticare voi stessi e in voi la patria vostra. Io medesimo ebbi a provare quanto sia tremendo l'influsso dello spettacolo di una città gaudente. Io stesso ho sentito l'anima mia snervarsi e perdersi di giorno in giorno. Io stesso fui così debole da mettere per qualche tempo in fondo a tutto i pensieri del mio paese; e se non fosse stato una terribile sventura, terribile davvero, amici miei, che impensatamente venne ad assalirmi e che percuotendomi, mi rialzò, io non so bene a che sarei riuscito. Questo confesso a voi tutti con ischiettezza, perchè noi non dobbiamo pensare che a mettere insieme le nostre colpe per ripararle insieme. Ora quali speranze io abbia, a te Birago, a te, Crivello, e a voi, Figino e Torriano, io ebbi già a manifestarlo in un momento ben tristo; però ajutatemi a farne parte a tutti costoro… Nessuno di voi ignora perchè il Morone sia a Roma; nessuno di voi ignora che quando un paese è caduto nel massimo della miseria, convien bene che si rialzi, ma perchè sia con frutto e con vera gloria, per l'opera medesima di coloro che vi son nati. Se la Francia dunque s'ha da scacciare da Italia, lo dev'essere per noi, per noi soli, per noi stretti in un patto, magnanimi e forti e parati a tutto, e non per altri. Soltanto la saggia prudenza vuole che non ne rifiutiamo i soccorsi tempestivi…. Lasciate che il pontefice, cui il Morone va esortando di continuo, si disimpegni per poco delle cure che gli dà Lutero e Selim, e allora di conserva con Carlo, il quale sarà ben più risolutivo che Massimiliano, vorrà prestarci un aiuto…. Ma che aiuto avrebber voluto prestarci i forti quando fosse corsa per l'Italia la ragione scandalosa della vostra vita?…. Ma in che modo suscitare nel mondo una pietà di noi, quando nel mondo fosse corsa la voce che lontani dal nostro paese, e dimentichi affatto affatto di esso, non attendevamo che a darci buon tempo, indifferenti allo strazio che la Francia fa de' nostri concittadini, a cui la povertà e la debolezza non permette di scansare il flagello? Io lo domando a voi tutti!… E se poi un'occasione si fosse presentata, come far conto su di voi, raccolti a festa in una città che ha sempre voluto aderire a' Francesi, che avrebbe spiato, che avrebbe inceppato ogni vostro passo? io lo domando a voi tutti!…. Eccovi adesso il mio pensiero: voi dovete raccogliervi quanti siete qui in una città solitaria dell'Italia; questa città è Reggio, alla cui volta dovete viaggiare in questo giorno che sta per ispuntare…. È dunque per ciò che si è pensato di condurvi qui, perchè non avete più che un sessanta miglia ad entrare nel Modenese, ed è cosa subito fatta…. Ora io vi avviso che quella città è solitaria, è spopolata, non vi affluiscono stranieri, non ci son feste, non vi sono passatempi, non v'è nessuno di que' mezzi onde l'uomo ha cercato di alleggerirsi la noja del dì che corre; soltanto ha per governatore un grande italiano. È una città, dove l'uomo leggero e vano e voluttuoso e destituito di occupazioni e avvezzo al rumore del mondo troverebbe tutte le ragioni per desiderar di morire. Ma è appunto una tale città che si conviene a voi che avete da pensare a cose così importanti e così gravi; a voi che avete bisogno della solitudine per cercare in essa le aspirazioni della grandezza vera, per piangere liberamente la disgrazia onde siamo avvolti, per ascoltare di tratto il grido dell'allarme e che vi giungerà forse da lontano… Del resto, il quando è ancora incerto… Io vado a Roma per sentire il Morone; di là vi farò sapere ogni cosa; dopo andrò forse in Tirolo a cercarvi Francesco Sforza per sentire anche lui, il quale essendo stato protetto da Massimiliano d'Austria suo cugino, lo sarà anche dal suo successore, e per l'opera di tutti noi specialmente sarà rimesso nel suo ducato. I motivi dunque pei quali, senza il vostro assenso, si è creduto opportuno di staccarvi da Venezia, eccoveli manifesti…. Posso ora sperare di non aver provocalo la vostra indignazione?… Ma voi tutti tacete… Un tale silenzio mi conturba…
Qui ad uno ad uno cercò di spiare i volti di coloro che si erano schierati in circolo intorno a lui; ma ciascuno aveva abbassata la testa in gran pensiero. Egli si attese qualche poco in una convulsa perplessità, aspettando che qualcheduno sorgesse a parlare; ma attesosi invano:
—È dunque perduta ogni mia speranza? gridò con una commozione, con una esaltazione straordinaria. Le miserie dei vostri concittadini, le vostre, le più gravi che ci minacciano non fanno dunque veruna forza agli animi vostri? S'egli è così, ora più non mi rimane che gittarmi nelle acque di questo mare, ed affogare la mia vergogna per la viltà di voi tutti!… Io aveva mia madre, la più soave delle donne, e l'ho perduta!… pure sopportai l'immenso affanno, chè ne aveva un'altra a cui pensare, infelice come la prima; ma questa ancora io debbo veder perduta se nessuno vuol congiungersi a me!… La mia disperazione è al colmo!
Qui si fermò volgendosi al Mandello con un atto di molta significazione e gridandogli: