CAPITOLO XXVIII
Dopo l'arrivo della Ginevra a Roma, l'abbiam veduto una volta nel palazzo della duchessa Elena, ma il suo esteriore era troppo calmo. I suoi modi erano simulati da una allegria troppo artificiosa perchè si potesse vedere quel che passava nell'anima di lui.
È terribile la condizione di chi vive nel contrasto di due passioni violenti, cui la ragione, negli istanti in cui l'anima travagliata si riposa, altamente condanni. Ma è forse più ardua assai quella di chi provi l'urto di due affezioni, che non possono venir condannate dalla ragione assoluta, ma che per una combinazione di cose, e per relazioni specialissime, non possono esistere simultanee, senza disordine e colpa. Tutta la gravezza e il pericolo di tal situazione potè sentire e misurare il Palavicino appena gli venne all'orecchio che la Ginevra era in Roma. Il tumulto messosi nell'animo suo a quella notizia fu de' più violenti; fu una sensazione complessa di più sensazioni; fu sgomento profondo e fu anche gioia susseguita da rimorso; furono speranze e fu disperazione. Esso non avea provveduto a spegnere le prime accensioni d'amore che provò per la duchessa Elena, quando la diuturna lontananza, e un ostacolo che pareva insormontabile, bastavano per iscusarlo d'essersi dimenticato della Ginevra. In conseguenza di ciò, e per un altro fine più alto, egli aveva di poi fatta la promessa di sposare la signora di Rimini…. E l'ora era presso in cui codeste sue promesse dovevano consumarsi; ma circostanze fatali l'avevan protratta sino al punto di diventar tormento; troppo tardi perchè si potesse dar un passo addietro, troppo presto perchè non potessero nascere delle tentazioni. La Ginevra era in Roma, la lontananza era tolta, l'ostacolo distrutto, e distrutto pochi momenti prima che il matrimonio colla duchessa Elena fosse effettuato. Pareva si fosse la sorte espressamente adoperata perchè le antiche promesse ch'egli aveva fatte alla Ginevra dovessero mantenersi; ma rifiutando la duchessa era sconvolgere un ordine di cose da troppo tempo preparate, e rese troppo importanti da circostanze indipendenti dai privati affetti, nel punto stesso che il non tener conto veruno della Ginevra presente, poteva meritare la taccia di una scortesia vituperosa e colpevole.
Era il dì successivo alla morte del signore di Perugia; una tormentosa perplessità non lasciava più dunque un'ora sola di riposo al Palavicino. Fin da quando seppe essere la Ginevra in Roma, e in qual palazzo alloggiava, eragli venuta la tentazione di recarsi tosto a vederla…. Vederla dopo tanti anni, dopo tante sventure, dopo aver creduto impossibile un simile incontro, gli pareva d'avere a toccare il cielo col dito…. L'esaltazione venutagli da così forte desiderio aveagli messo nel sangue un fuoco febbrile.
Il lettore si ricorderà del giorno in cui il Palavicino, dopo aver veduta in Roma la signora di Rimini per la prima volta, aveva messo in un perfetto oblio la Ginevra Bentivoglio…. Nessuno allora avrebbe potuto ragionevolmente predire, fosse per venir giorno in cui l'immagine di lei sarebbe ricomparsa più abbagliante che mai, e l'avrebbe vinto al punto da renderlo smemorato della duchessa Elena.
È una verità di cui bisogna persuadersi, che un primo affetto non si scancella mai al tutto dalla memoria dell'uomo; potrà, per mille circostanze, arrestarsi, intiepidirsi, parer anche del tutto dileguato, ma appena qualunque fatto impreveduto lo sommovi un momento, gli ardori si ridestano colla medesima forza di un tempo, e più ancora…. e il ritornare colla memoria a que' giorni, a quell'ora a quel primo istante in cui l'anima si scosse alla rivelazione di un affetto sconosciuto, riempie il cuore di una mestizia piena di dolcezza, e che ci fa desiderare e rimpiangere quel momento solenne e soavissimo che non si rinnoverà mai più nella vita. Per ciò stesso tutti gli affetti venuti dopo a quel primo, appena questo ricompaja, sono costretti a cedergli il posto…. tutto tace dintorno a lui, e l'oggetto pel quale esso fu dimenticato per qualche periodo di tempo, quasi ci promove il dispetto, quasi ne diventa odioso. E in quanto al nostro Manfredo, altre cause straordinarie dovevano generare affetti ancora più forti. L'irresistibile simpatia ch'egli aveva sentita per la Ginevra, la prima volta in cui l'ebbe veduta, apparteneva ad una sfera puramente morale, quantunque la bellezza fisica di lei fosse stato il primo motivo di quella passione; ella era nata inoltre nel momento in cui l'animo del Palavicino versava nell'esaltamento di tutte le più nobili aspirazioni. Un affetto nato in tali istanti assume una forza troppo tenace perchè possa mai spegnersi…. Ma in qual punto invece aveva avuto nascimento l'amor suo per la duchessa Elena? Noi ce ne dobbiamo ricordare, se quasi egli corse pericolo di perdere allora la nostra stima…. La sensualità, e non altro, aveva infiammata in un subito prima la sua carne, poi l'animo suo per colei…. La sensualità, cagione impura di torbidi e non durevoli affetti! Bensì, a poco a poco, taluni pregi della duchessa aveano aggiunta una tal forza costante all'amore di lui, ma era pur sempre la prima sensualità larvata sotto a più nobili apparenze. Guai se i ritorni delle ingenue ricordanze fosser venuti a gettare il pentimento nel cuor suo…. e pur troppo esse vennero; ma vennero quando non era più in tempo, quando anzi diventava colpa e cagione di scandalo inaudito il distruggere i secondi affetti per riassumere i primi.
In que' giorni dunque il Palavicino, non mostrando mai nulla al di fuori quando trovavasi in faccia alla duchessa Elena e a Girolamo Morone, tosto ch'ei fosse lontano da essi tentava ogni mezzo per dar sfogo all'immenso affanno e alleggerir l'animo del peso insopportabile. Dovendo simulare la calma per tante ore, versava poi su chi non temeva, tutta l'acredine dell'umor suo. I suoi conoscenti maravigliarono del cambiamento repentino avvenuto ne' suoi modi, e delle sue stranezze, e ne parlavano facendo mille commenti. E più di tutti i servi di lui, che l'adoravano pe' suoi modi affabili e dolci, con doloroso stupore non seppero come spiegare l'asprezza insolita onde li trattava. La notte il sentivano passeggiare per la camera, e quando pure dormiva, l'udivano risentirsi nel sonno. Per tre o quattro giorni continui duravano tali stranezze…. poi a un tratto si tranquillò come se avesse, presa una risoluzione. S'egli lo avesse voluto di forza, non gli sarebbe bastata più che una parola per rifiutare la duchessa…. E fu questa una tentazione che lo mise tante volte alle strette, e lo esaltava, lo scuoteva, lo fiaccava al punto da lasciarlo spossato per molte ore di spirito e di corpo…. Nelle stanze della signora, in faccia a lei, più d'una volta gli era venuta una parola sul labbro, la quale avrebbe cambiato tante cose in un punto; ma avea saputo cacciarla indietro. In fine, dopo lunga e dolorosa lotta, ebbe fermo il suo partito; e considerato il matrimonio della duchessa come un atto che più di lui risguardava il paese suo, e ricordandosi di quanto aveva giurato a sè medesimo, chinò la testa e disse:—Sia fatta l'altrui volontà.
Aveva però presa un'altra risoluzione, ed era di recarsi a veder la Ginevra e di confessare a lei con ingenuità lo stato suo e lo stato delle cose che lo costringevano a far ciò ch'era tanto contrario alla propria volontà. Sposare la duchessa mentre la Ginevra era in Roma, non gli parve mai cosa lecita…. Il pensare all'effetto che avrebbe fatto su di lei l'insultante oblio, gli metteva l'animo sossopra…. Stimò dunque miglior cosa il recarsi dalla Ginevra e aprirle l'animo proprio; d'altra parte, traendola all'argomento del paese comune, si confidò di poter così divertire l'affanno di lei e il proprio in più alte considerazioni. Sapeva la mente della Ginevra, e quanto l'Italia stesse sul cuore di lei; per ciò sperava.
La mattina del giorno stabilito per le sue nozze colla duchessa, si alzò fermo in questa risoluzione, e tranquillo.
I servi lo trovarono mite e affabile come sempre, e furono contentissimi. L'incertezza e il contrasto che gli aveano tenuto in sobbollimento il sangue, essendo cessati, cessarono anche gli effetti. Così l'apparenza di lui fu abbastanza calma…. l'apparenza soltanto, perchè dell'animo interno era tutt' altro. La malattia aveva cangiato aspetto, ma non era vinta; era anzi peggiorata…. I primi sintomi violenti avean dato luogo alla spossatezza e al languore!… Prima un'inquietezza ardente e furibonda gli portava le imprecazioni sulle labbra; ora era l'accoramento, la tenerezza che lo moveva al pianto. Del resto egli avea risoluto, e quando gli parve tempo uscì di fatto per recarsi al palazzo Chigi in Piazza Farnese…. per vedere, dopo tanto tempo, la Bentivoglio e parlarle!