Ma se la mattina gli era ciò sembrato assai facile, quando si trovò in piazza, e vide il portone del palazzo, e guardò le finestre dell'appartamento dove sapeva trovarsi la Ginevra, e fu per entrare, non potè. Il desiderio trovava l'ostacolo nel suo eccesso medesimo. Perciò, incontratosi in un suo conoscente, gli si accompagnò per allora e, allontanatosi dal palazzo Chigi, se ne andò con esso lui vagando per la città sempre martellandosi il cervello e senza mai potersi risolvere. Era una giornata nuvolosa del gennajo di Roma; l'aria riceveva gli umidi vapori dal Mediterraneo. La mancanza del sole, e questa disposizione particolare dell'atmosfera metteva una gravezza insolita nell'esistenza di Manfredo, gravezza che gli avrebbe diminuita anche la gioja quando pare le circostanze della vita fossero state favorevoli a questo sentimento. Giorni più funesti e più procellosi di questo egli ne avea passati assai; ma neppur uno più squallido, più tetro, più melanconico.
Stretto a braccio di quel suo amico, senza sapere quel che si facesse di lui, e in pari tempo senza potersi determinare a staccarsene, fece seco molto cammino. Non avendo mai potuto sfogarsi con nessuno, e oramai mancandogli la forza a dissimulare il suo affanno, mille volte fu per manifestar tutto all'amico. In una simile preoccupazione lasciava cadere in terra tutti i discorsi che colui gli faceva. Per verità che non vi poteva esser cosa più greve, più tediosa della compagnia del povero Manfredo in quel dì. L'amico lo sopportò per un pezzo, poi tentò di staccarsi da lui; se non che il Palavicino lo pregava a non lasciarlo, e per trattenerlo, gli diceva avergli a manifestare cosa di grave importanza; così passò qualche tempo ancora. Ma il Palavicino, già pentito d'essere uscito nell'imprudente parola, trasse l'amico nel centro della città, e come sentì batter l'ore a tutti gli orologi:
—Perdio, è tardi! esclamò. Bisogna che io ti lasci; ci rivedremo stassera dal Chigi,
—Ma e ciò che avevi a dirmi?
—Oh non è nulla, non è nulla!,.. Ci rivedremo stassera….
E lo lasciava senz'altro…. Quegli, in sulle prime, rimase attonito in mezzo alla via, poi disse tra sè:—Costui è ben pazzo, oggi. Ma fui ben più stolido io stesso a non accorgemene prima…. Così se ne andò pe' fatti suoi, intanto che il Manfredo a furia s'incamminava verso il palazzo dove stava la Ginevra.
Percorsa buona parte di Roma senza accorgersene, fu presto in Piazza Farnese, l'attraversò di volo, entrò nel palazzo, domandò della signora di Perugia, pregò di essere incontanente annunciato, e seguì l'uomo di camera supplicandolo di far presto. Temeva d'avere ancora a pentirsi, e sollecitava….
L'uomo salì in fretta lo scalone; quando fu sull'ultimo piano tornò a domandare il nome al Palavicino; questi glielo replicò, e fermatosi ad aspettare nell'anticamera, vide l'uomo aprire un uscio ed entrare nelle stanze.
Il cuore di Manfredo batteva frequentissimo e ineguale; i ginocchi gli tremavano a segno da non poterlo quasi sostenere; una pallidezza insolita gli copriva la fronte e le guancie. Se in quel momento gli si fosse voluto cavar sangue, forse non ne avrebbe data una goccia. La commozione era portata al punto che, accrescendola di qualche poco, poteva esser cagione di un funesto effetto.
Io porto persuasione che simili istanti debban lasciare indelebili impronte nella vita di un uomo.