Del resto, a molti potrà parere esagerata la condizion d'animo del Palavicino; ma se non sappiamo trovare il modo di persuadere costoro, vogliamo almeno congratularci con essi, perchè i loro dubbj ci provano che nessun vento procelloso non perturbò giammai il beatissimo stagno della loro vita.
Il Palavicino sentì il rumore di due o tre usci che si aprivano, poi ebbe ad udire alcune voci, poi i passi dell'uomo di camera. Ad agitare la massa del sangue e a scuotersi, egli erasi dato in quel momento a passeggiare per la stanza come un viaggiatore frettoloso. Non erasi ancora fermato, quando l'uomo dall'uscio gli disse ad alta voce, che poteva entrare. Allora si fermò, si volse, fece uno sforzo estremo onde ricomporsi del tutto, ed entrò. L'uomo di camera, che prima non gli aveva molto badato, ora, mentre gli passava innanzi, lo guardò con un'attenzione curiosissima e indagatrice. Quando fu solo e sentì i passi del Palavicino che s'innoltravano nelle stanze:
—Chi sarà mai quest'uomo, disse tra denti, se la signora quasi fu per cadere in terra all'udire il suo nome?
Manfredo, allorchè fu nella seconda stanza, vide tre donne uscire dalla porta di prospetto. Erano le ancelle che la signora aveva licenziato in fretta, le quali, nell'attraversare la stanza, lo esaminarono anch'esse dal capo a' piedi, con quell'interesse curioso e indagatore dell'uomo di camera. Una tra l'altre poi, accorgendosi ch'egli se ne stava irresoluto in mezzo alla Stanza:
—Entrate, illustrissimo, gli disse con molta cortesia; la signora è là.
Il Palavicino corse all'uscio di prospetto e vi mise la mano per aprirlo, ma quello gli si spalancò d'innanzi. Era la Ginevra stessa che teneva alzato il saliscendi…. Si trovarono così in quel punto faccia faccia a un dito di distanza…. I labbri stetter muti, le persone immobili. In apparenza non ci poteva essere calma più gelida; tutto il tumulto era interno.
In fine, ella si ritrasse e Manfredo la seguì.
—Sedete! fu la prima parola ch'essa, tutta tremante, pronunciò. Manfredo si assise di fatto, ma non parlò ancora. I suoi occhi erano fisi nella contemplazione della Ginevra; non ci poteva essere cosa più attraente della vaga e svelta figura di quella giovane donna, linee più care di quel volto impallidito dai lunghi affanni,… La bellezza della duchessa Elena era senza dubbio più perfetta; ma quella perfezione, essendo la sede stessa della voluttà, cessava di essere efficace quando, chi la contemplava, avea forti preoccupazioni morali. La Ginevra invece non poteva risvegliare che sensazioni di quest'ultimo genere… Erano più durature…. ed erano sempre efficaci!… Se dunque al solo sentire ch'ella era per rimaner vedova, Manfredo fu pentito di essersi legato alla duchessa; ora che, dopo tanti anni, la rivedeva, non gli parve più sopportabile il congiungersi in matrimonio colla duchessa: non sopportabile e non possibile, e nel senso più risoluto e più fatale di queste parole. Il Morone, le sue insistenze, il comune vantaggio, le dicerie, i vituperi, la duchessa, la sua disperazione, lo scandalo, in un fascio dileguarono innanzi a quell'amore immenso.
Gli passò per la mente la risoluzione di non sposare nessuna donna del mondo fuorchè la Ginevra. Questa allora vide cangiarsi di repente il colore del volto di lui; e la sua fronte, di pallidissima ch'ella era, coprirsi di un rosso carico….
E in questo punto egli si alzò, e per uno di quei movimenti rapidissimi ed inesplicabili onde l'anima passa da uno stato all'altro, assunse di tratto un fare disinvolto e disimpacciato.