—Vado e torno, gli disse il Morone per ultimo; e ci recheremo assieme a s. Giovanni.

Manfredo tacque, ed egli uscì.

Dalla casa del Palavicino, a quella della Ginevra non essendovi gran tratto di cammino, il Morone con que' suoi passi svelti vi giunse prestissimo. Entrato in palazzo, siccome qualche ora prima erasene licenziato per aver sentito che la signora trovavasi col Palavicino, ora domandò all'uomo di camera s'ella era sola.

—È sola infatti, questi rispose; ma adesso è difficile che riceva alcuno.

—Quando le direte il mio nome, credo mi riceverà…. Io sono il
Morone, ed ho da comunicarle cose di somma importanza.

L'uomo obbedì ed entrò dalla signora.

—C'è qui fuori un tale che mi disse essere il Morone, e vorrebbe parlarvi; però gli ho risposto non essere il miglior momento.

—Avete fatto malissimo; un tal uomo non lo si vuol far aspettare.
Presto dunque, andate e fatelo entrare.

Così il Morone fu introdotto, e la Ginevra, tutta sollecita, gli corse incontro.

—Vi ho atteso tutti questi giorni, gli disse poi, e sebbene mi dovessi tener sicura delle vostre promesse, pure stavo quasi per perdere ogni speranza. Siate dunque il benvenuto adesso, e sedete.