E tornava a fissare i suoi grand'occhi atterriti sul volto del Morone, quasi per leggervi in prevenzione quel che gli rimaneva a dire.
—Si tratta che il Palavicino fu costretto, da un'alta necessità, a rinunciare per sempre a quanto più desiderava nel mondo; si tratta che voi pure dobbiate assoggettarvi a una tale necessità. Ecco tutto.
—E Manfredo?
—È venuto egli stesso da voi oggi per manifestarvi questa medesima cosa; ma il coraggio non gli bastò… e momenti fa, io durai fatica a calmare la sua disperazione… Questa poi è un'ora assai terribile per lui!
—Per lui?
—È mestieri sappiate anche il resto: a voi è noto che nell'impresa che si avrà a tentare per iscacciare i Francesi da Italia, a lui, come al più caldo sostenitore degli Sforza, e italiano ardentissimo, si vuol dare il primo carico.
—Lo so.
—Ma bisogna che tutti gli Italiani interessati in questo s'accordino nel concedergli un tal primato. Ora taluni vorrebbero fosse qualche principe italiano; tal'altri fosse uomo almeno di gran potenza, e condottiero di soldati. Per ovviar dunque a tutto ciò, e per metter tutti d'accordo, il Palavicino in poco d'ora avrà in sè raccolto ciò appunto che si vuole.
—Ciò che si vuole?… Sarà dunque principe? sarà capitano?
—Sarà padrone di Rimini tra poco, e le ricchezze e gli uomini ne saranno a sua disposizione.