—Ah è vero, è vero! esclamò la Ginevra. Io partirò; andrò a Trento; farò tutto quello che vorrete.
—Allora, giacchè siete a ciò disposta, converrà far presto. Domani tornerò qui; avrò con me molte carte da consegnarvi pel duca, e molte istruzioni da darvi; e doman l'altro partirete.
La Ginevra chinò la testa e non rispose.
—Intanto vi lascio, concluse il Morone, vi lascio pieno di fiducia nella vostra virtù e nella vostra grandezza d'animo, e promettendovi la gratitudine e l'ammirazione di tutti i buoni italiani.
Così dicendo uscì. La Ginevra rimase sola.
Ella se ne stette immobile e cogli occhi a terra per un pezzo. Il suo dolore era di quelli che tolgono persino la facoltà di dare un lamento. In tanta prostrazione pensava bensì che la sua vita da quell'ora in poi sarebbe stata più tranquilla che per l'addietro, ma si sentiva opprimere da quella tranquillità, considerando chiusa in tutto e per sempre l'unica speranza per la quale aveva sopportato di vivere in tanti anni di spasimo.
Ma che poteva ella mai antivedere? E chi lo avrebbe potuto?
Seguiamo adesso il Morone.
Giunto alla casa del Palavicino, e confortatosi vedendo nel cortile la lettiga e i cavalli, salì di volo, e domandò a' servi se il marchese era abbigliato.
—Lo lasciamo adesso, risposero i servi. Il marchese è nella sua camera.