Manfredo, sospinto dalla mano del Morone, s'accostò alla duchessa, presso la quale stavano alcune gentildonne romane che, a dispetto della varia fama e delle gravi calunnie, avevano continuato ad esserle amiche. Passaron dunque nella chiesa, e attraversando il coro uscirono sull'altar maggiore. Erasi dato l'ordine di chiudere le porte al popolo, ma il forte e vasto mormorio avvisò che gli ordini non erano stati eseguiti. Quando i due sposi si mostrarono sulla predella, il mormorio crebbe oltre misura. Non potea darsi una coppia di sposi che più di questa potesse eccitare l'attenzione e l'entusiasmo nella moltitudine, tanto amica del grande e dello strano. Il grado, la misteriosa vita, la bellezza unica della signora, promoveva in tutti un immenso interesse. La condizione del Palavicino, l'esser forestiero ed esigliato, la storia di grande avventure, di orrende disgrazie, l'appartenere ad un paese che, per le sue calamità, dava da parlare a molti, e pel quale dicevasi ch'esso stava per tentare un gran colpo, erano cose assai forti per eccitare la simpatia e l'entusiasmo generale; la stessa distanza che interveniva tra un semplice gentiluomo qual'era Manfredo, e l'eccellentissima signora di Rimini, rendeva più notabile quelle nozze per essere insolite. A questo si aggiunga la molta giovinezza di Manfredo, per la quale facevasi ancora più straordinaria la storia di tante peripezie per lui subite.

Il bisbiglio continuò sinchè comparve il cardinal Bibbiena che doveva benedire gli sposi. Questi allora s'inginocchiarono com'è il costume, e tanto fu il silenzio fatto dal popolo in tal punto, che s'udì distintamente la formola pronunciata dal cardinale, e poco di poi la breve e fatale risposta data dagli sposi che, benedetti, si alzarono.

In questo istante lo stato dell'animo della duchessa fu ben opposto a quello del Palavicino. La prima, respinti i gravi pensieri, credette le si aprisse dinanzi una vita nuova e felice. A Manfredo sembrò invece gli si fosse precluso per sempre ogni orizzonte.

Un momento dopo le lettighe, i cocchi, le cavalcature, tutto il seguito della duchessa rientrò nel palazzo Aurelio, già illuminato a festa e già zeppo di popolo, il quale aspettava l'arrivo degli sposi.

Come questi discesero dalla lettiga, lor furono intorno persone a centinaia che gli accompagnarono negli appartamenti superiori. La signora, per altro, credette bene di ritirarsi nel suo gabinetto prima di mostrarsi nella gran sala, dove per l'ultima volta ella avea fatto invitare i Romani ad una festa di poesia e di musica quali allora erano in uso; moltissime altre ne aveva date in tutto quel tempo della sua dimora in Roma, e sapendo di quanto entusiasmo ella n'era stato oggetto, avea pensato d'accomiatarsi da' suoi romani, lasciando loro un simile ricordo.

In quanto al Palavicino, non potendo resistere a così vive manifestazioni di gioja, trovandosi impacciato nel dover rispondere a tante persone che facevano a gara per dargli auguri e felicitazioni, approfittando di quanto il Morone ebbe detto fin dalla mattina alla duchessa per tranquillarla sulla di lui assenza, col miglior garbo che gli fu possibile, mettendole innanzi quella storia medesima, le disse essergli necessario uscire per qualche ora, e però non stesse in pensiero, che tosto sarebbe ritornato. Ella non trovò da risponder nulla, e lo lasciò fare.

Messa una cappa oscura, se ne uscì dunque il Palavicino vagando pei luoghi solitarj di Roma. Chi gli avrebbe detto nei primi giorni in cui ebbe riveduta la duchessa, quando sentiva per lei un affetto sì forte, chi gli avrebbe detto che il supremo compimento de' suoi desiderj sarebbe stato il supremo de' suoi tormenti? Attraversando le contrade, non sentiva a parlare che della signora di Rimini e di lui. Chi diceva una cosa, chi l'altra, e tutte erano per lui acutissime fitte. Pensando poi che anche all'orecchio della Ginevra, in que' momenti poteva esser parlato delle feste della signora di Rimini, sentiva sulle proprie guancie salire il rossore della vergogna, quasi egli avesse commesso una colpa detestabile. Per questa vedeva non essergli più possibile di comparire innanzi alla Ginevra, di cui mai non avrebbe saputo sostenere lo sguardo…. Ma nel punto stesso, riandando le parole del Morone, il quale aveagli detto che la Ginevra sarebbe partita tra poco, il pensiero che alcune ore prima egli l'aveva veduta per l'ultima volta, e forse non l'avrebbe riveduta mai più, lo percuoteva con più duro flagello…. e però irresistibilmente portato come da una forza indipendente dalla volontà sua…. di contrada in contrada si trovò in Piazza Farnese.

Il palazzo dove stava la Ginevra gli era dirimpetto, le finestre del di lei appartamento erano illuminate. Egli si fermò cogli occhi fissi a quelle finestre, e stette molto tempo senza mai muoversi. Era tanto assorto, da non accorgersi neppure delle persone che gli passavano innanzi, e lo conobbero.

—È il marchese Palavicino colui, aveva detto infatti una voce.

—Che domine può avere con quel palazzo, dal quale non leva mai gli occhi?