—Là c'è un'ombra.

—E ci stia.

—Osserva adesso, che questo lombardo s'accosta al palazzo.

Mentre però si profferivano tali parole, l'ombra era scomparsa, e dopo qualche momento s'allontanò anche Manfredo.

—Domani farò le mie confidenze a Marforio, disse uno del crocchio allora.

—E Pasquino non mancherà esso pure di far l'ufficio suo.

—Ma se tutto ciò non fosse che una nuova immaginazione?

—E sia pure, ho un gusto matto io a stuzzicare la curiosità de'
Romani, e a promuovere delle dicerie. Lascia far dunque a me.

E scantonando dileguarono tutt'assieme. Che l'ombra apparsa fosse quella della Ginevra è cosa ben dubbia. Ma questi lo sospettarono, e il Palavicino lo tenne per certo. Il tumulto che gli si mise nell'animo a quella vista, lo gettò nella massima disperazione. Camminato un pezzo, e passato presso a Ripetta, si fermò in riva al Tevere…. il rumore delle acque gli fece passar pel capo una orrenda tentazione; gettarsi in quelle e sparire, e seppellirvi per sempre tutti i dolori ond'era oppresso, e gli altri da cui vedevasi minacciato. Ma il dovere? ma le promesse fatte in faccia a sè medesimo; ma i suoi concittadini, e il Morone, e gli obblighi assunti?

Spaventato allora si allontanò, e a passo lento ricalcò la via che prima aveva battuta; passato presso una chiesa, vi si fermò a lungo, poi tornò a mettersi in via. Il suono profondo del martello dell'orologio di S. Pietro si fece sentire in quella; egli contò otto ore…. e si ricondusse al palazzo Aurelio. V'era gran folla sulla piazza, gli atrj, i cortili, erano gremiti di persone, s'udiva gran rumore nelle sale superiori, e suoni di strumenti musicali, e voci e canti. Quando il Palavicino entrò, molti gli si fecero incontro, ma egli, contro il suo costume, e con istupore di tutti, sgarbatamente se ne distolse, e a furia salite le scale, corse, quasi a nascondersi, nel gabinetto dalla duchessa, il più lontano dalla gran sala e dal rumore, per lui tormentosissimo. Chiamato però un servo: