PERIODO TERZO

CAPITOLO XXIX.

Il timore d'uscir troppo de' nostri confini per invader quelli del minuzioso cronicista, e, ciò che forse più importa, di obbligare ad un'attenzione eccessivamente tediosa coloro che leggono per diletto, ci consiglia di saltare anche qui, come già prima abbiam fatto, quasi lo spazio di un intero anno. Assai cose, per verità, avvennero in codesto tempo di un grave interesse; ma più che per sè stesse, lo sono per quanto produssero. Lasciam dunque la via su cui la storia fa il suo lento cammino, e balziam tosto alle ultime uscite.

Parlando delle cause che mantennero in lungo svilimento il Milanese e accelerarono di poi la sua rovina; ne abbiam dato il più grave carico al ceto patrizio. E senza nessuna riserva abbiam messo in chiaro le non scusabili aberrazioni, la cecità ostinata, le bassezze medesime onde non seppe andare immune nell'ingannevole fiducia di servire all'utile proprio. Nè per alcun riguardo avremmo mai voluto o dissimulare o mitigare simil fatto quand'anche fosse stato perpetuo. Ma con tanto meno di ritrosia ne abbiam parlato, in quanto era per venir tempo in cui l'errore avrebbe dato luogo alla ragione, e per parte nostra il biasimo avrebbe dato luogo alla lode. È ingratissimo ufficio scriver la vita d'un uomo di cui tutti i giorni sieno un obbrobrio, ma è pieno d'alto interesse, il narrare quella di chi, con pentimento non aspettato, si purghi delle vecchie colpe. È pieno d'interesse ed è senza pericolo; d'altra parte il discorso può assumere una severità più franca, quando si sa che da lontano si preparano gli argomenti per piegare di tratto ad una giustizia cortese.

Se non era possibile reprimere lo sdegno allorquando vedemmo i milanesi patrizj accogliere con tanta festa i Francesi orgogliosi della vittoria di Marignano; se quando insieme al Palavicino ci siamo incontrati nei gentiluomini che spontaneamente esulavano da Milano, alla compassione non abbiam potuto accompagnare la stima; se di nuovo a Venezia abbiam dovuto dubitare di loro, adesso possiam bene dimenticare il passato per assistere ad uno spettacolo che ci deve riempire di maraviglia e di conforto.

La città di Reggio, piccola, tranquilla, e poco importante città, fatta improvvisamente luogo di comune ritrovo, nell'anno 1520 attrasse a sè gli sguardi non solo d'Italia, ma di tutta Europa. I pochi Lombardi venuti a fermarvi stanza fin dal gennajo, come sappiamo, ne tirarono a sè infiniti altri. Man mano che le intenzioni del papa e di Carlo si venivan spiegando, vi cresceva anche il numero delle persone. Confortava tutti quanti che Leone avesse aggiunto al proprio dominio Urbino, Pesaro, Perugia ed altre terre della Romagna, e che, togliendo di mezzo i loro tiranni, carpisse tanti alleati alla Francia; piaceva che la repubblica di Firenze, governandosi in tutto e per tutto secondo l'arbitrio del papa, niuna cosa facesse che non fosse la sua volontà; ma ciò che aumentava o rendeva più fondate le speranze era che il re di Francia, essendo stato autore di molte sollevazioni nelle Fiandre, aveva dato a Carlo V cagione di muovergli guerra; e sapevasi d'altra parte essersi accorto l'imperatore, già da qualche tempo, del quanto gli fosse poco onorevole si tenesse il re lo Stato di Milano, che per diritto antico apparteneva all'impero romano.

I Milanesi che da più anni trovavansi a Ferrara, a Parma, invitati da lettere, s'erano affrettati presso il Guicciardini. Quelli che continuavano ad uscire di Milano recavansi, com'era naturale, dove sapevano trovarsi i compatrioti. Molti da principio, anzi la maggior parte, vi s'erano trasferiti senza uno scopo spiegato, ma solo per trovare un rifugio in qualche modo; come però si videro uniti in buon numero, e senz'altre occupazioni che li distraessero, tutti quanti avendo sempre volto il pensiero alla causa per la quale trovavansi costretti a vivere in quella città, a vicenda narrandosi le ingiurie patite, si confortavano negli sdegni e nelle speranze, e a poco a poco i desiderj individui si fusero in un'intenzione comune. Tutti i giorni, tutte le notti si raccoglievano insieme; chi all'ingegno più acuto univa il dono della più faconda parola, metteva fuori esortazioni, consigli, disegni da cui si generavano discussioni, dibattimenti continui, vivi, generosi. Da un tal centro intanto gli sguardi di ciascheduno si volgevano ai punti estremi del campo d'azione, e intorno ad ogni cosa che succedeva in qualunque parte della penisola o fuori, si facevano lunghi comenti. Corse finalmente il racconto di un fatto, il quale volse l'attenzione di tutti a Francesco Sforza, duca di Bari.

Dopo molte offerte, sempre sdegnosamente rifiutate, il re di Francia aveva fatta un'ultima esibizione a Francesco Sforza perchè rinunciasse a qualunque diritto potesse avere sul ducato di Milano; ma sebbene le condizioni offerte questa volta dal re fossero grandi e tali da vincere l'ostinazione di chicchessia, pure il giovane duca le respinse con fiera risposta. Sapevasi da tutti trovarsi lo Sforza, a Trento, in pessimo stato, e per essergli mancati, dopo la morte di Massimiliano d'Austria, di molti soccorsi, aver vissuto qualche tempo in grandi strettezze; perciò il magnanimo rifiuto destò un insolito entusiasmo, e que' Milanesi istessi che avevano affrettato il crollo della dinastia sforzesca, ora facevano voti perchè lor fosse quandochesia dato il modo d'instaurarla. Così il giovane duca, dopo molti anni in cui visse fra la noncuranza e lo spregio universale, improvvisamente era diventato l'oggetto dell'attenzione, dei discorsi, dell'ardore di tutti.

In questo mezzo venne a Reggio Gerolamo Morone. Anch'esso erasi recato a Trento per aggiungere alla causa comune que' Milanesi che là si trovavano, e seguivano la parte ghibellina. Nel viaggio, a stento aveva potuto sfuggire alle insidie di Federico Gonzaga signor di Bozzoli, castello nel Mantovano, il quale ricevendo soldo dai Francesi, s'affrettò onde porgli le mani addosso sapendo ch'esso moveva gli animi di tutti contro la Francia. Era giunto portatore di notizie importanti, e accompagnato da molti di que' Milanesi che colà aveva trovati. Dopo di lui venne a Reggio anche Manfredo Palavicino.

Siccome il Lautrec era stato chiamato in Francia, e sinchè durava la di lui assenza dalla Lombardia, faceva le sue veci il fratello di lui monsignore di Lescuns, così il Palavicino, senza nessun sospetto, partitosi da Rimini, aveva lasciata la duchessa colà per trasferirsi a Reggio con una mano di scelti soldati ch'esso in quegli undici mesi era venuto mettendo insieme ed addestrando. L'Elia Corvino, il quale accompagnatosi a Trento col Morone, avea dovuto fermarsi colà qualche tempo ancora dopo di lui per dar termine a quante incumbenze questi aveagli date, tornò esso pure portando la notizia aver Francesco Sforza, cogli aiuti di Carlo e dei signori della bassa Fiandra, ed anche con quelli della Bentivoglio, la quale aveva offerta quasi tutta la pensione pontificia per soccorrere ai bisogni, messi insieme qualche migliaio di soldati; e insieme a tal notizia portò lettere della Ginevra al Morone e di Francesco Sforza al Palavicino. Queste lettere venivano mostrate a' Milanesi che trovavansi a Reggio. Le intenzioni, i disegni, i voti che faceva il duca di Bari contribuivano moltissimo ad accrescere la stima che da poco tempo i Milanesi avevan fatto di lui, e colla stima ad accrescere il desiderio di rimettere il giovane Sforza, che così altamente prometteva di sè, sul trono de' suoi padri. E il nome della Ginevra Bentivoglio corse questa volta accompagnato da molta ammirazione sulle labbra di tutti, che nella lunga lettera da lei scritta al Morone era tanta generosità di parole, tal dirittura di considerazioni da non parer vero una donna potesse averle dettate. Il Palavicino, testimonio dell'ammirazione di tanti uomini per colei, non è a dire come si sentisse dentro di sè, e come l'antico affetto non potesse dileguarsi anche in mezzo all'apparato della più grave impresa, della quale era stato messo alla testa. E non sapeva darsi pace, che la fortuna mentre aiutava a poco a poco realizzando il più delle sue vecchie speranze, in quanto appunto risguardava lui solo, avesse voluto avversarlo d'una maniera sì dura. Egli aveva sempre pensato che i mali d'Italia, e della Lombardia in ispecie, dopo la venuta de' Francesi erano scaturiti da tre fonti principali: dalla dinastia sforzesca, dal ceto patrizio, dai tiranni della media Italia. Ma egli avea anche trovato un conforto nel vedere che in mezzo a ciascuna di queste tre classi era sorto chi dovea assumersi l'incarico di espiare e di riparare le colpe di ciascheduna di essa, ed eran sorti contemporaneamente, e la fortuna aveva fatto che l'un l'altro si conoscessero in una città medesima.