In sè stesso vedeva il patrizio milanese destinato ad espiare le colpe del patriziato, e a ripararle. In Francesco Sforza vedeva il giovinetto ramingo che doveva portare la pena dei falli del padre per farli dimenticare poscia con qualche luminosa virtù. Nella Ginevra Bentivoglio, figlia dello spodestato signore di Bologna, vedova di un altro che aveva perduto il proprio dominio, vedeva quasi un'occasione per cui sarebber caduti coloro che avevano soccorso alla Francia a danno d'Italia. Ed ora dopo tanto tempo d'incertezza e timori accorgevasi che tali idee prendevano di giorno in giorno realità.

Il duca si mostrava al cospetto di tutti. La Ginevra, recatasi a Trento, l'ajutava dove poteva. In quanto a sè stesso considerava avrebbe fra poco avuto mezzi bastevoli per tentare l'estremo colpo. Adunque non gli pareva giusto avesse la sorte guidate tante e tali cose per quella via che da tempo egli aveva tracciata in sua mente, ed avesse provveduto, per dir così, al miglior esito della cosa pubblica, per far lui così misero in mezzo a tante cagioni di contento.

Ma se avesse saputo a qual costo e con quale strazio d'altrui sarebbe per ottener quello di cui disperava, avrebbe respinti tali pensieri, non avrebbe più sentito altro desiderio al mondo di quello in fuori che toccava la salute della propria patria. Ma lasciamo che i fatti vengano da sè e non ci lasciano prendere dalla smania di prenunciarli.

Sappiamo che il Lautrec, chiamato in Francia, aveva rimesso temporariamente nelle mani del fratello, monsignore di Lescuns, le redini del governo di Milano. Ora Federico Gonzaga signor di Bozzoli, che invano aveva tese insidie al Morone, se n'era corso a Milano per avvisare questo fratello del Lautrec, farsi sempre più chiari gl'indizj di una ribellione per parte de' Milanesi radunati in Reggio; e che il rapido viaggio del Morone da Trento a questa città dava segno indubitato ch'ella sarebbe per iscoppiare presto. Abbiam detto che se i patrizi milanesi per tanti anni avevano avuta la brutta colpa di favorire la Francia al danno della propria patria, ora avremmo dovuto a loro riguardo cambiar tosto il biasimo in lode. Parlando però di essi non abbiam già voluto dire siensi tutti tutti reintegrati al senno, soltanto di una buona parte abbiam voluto accennare, la quale può ben bastare a purgar le colpe e mantenere l'onore di una nazione. Del resto molti ancora aderivano alla Francia, e quelli specialmente i quali, dimorando a Parigi quando Lautrec incrudeliva nella capitale lombarda, non avevano veduto a lungo le miserie della patria.

Con molti di costoro adunque, e con taluno dei capi francesi, monsignore di Lescuns erasi di volo trasferito a Reggio, e qui fece chiamare a parlamento il Guicciardini, il quale a nome del papa governava la terra. In questa circostanza avvenne un fatto degno di essere raccontato. Mentre monsignore di Lescuns introdotto in certo antiporto fuori della città, presa la parola, molto dolevasi col Guicciardini che i ribelli e i nemici di re Francesco, non solamente fossero accolti nello Stato del papa, ma ricevessero anche fortissimi ajuti contro l'accordo fatto molti anni prima a Bologna tra Leone e Francesco: Alessandro Trivulzio con una compagnia di uomini d'arme, i quali facevan sembiante d'essere soldati d'un conte Guido Rangoni capitano del papa, tentò, se mai gli fosse stato possibile con tradimento, di entrare in Reggio per la porta a Modena, ch'era l'opposta a quella dove il Guicciardini e il Lescuns stavano trattando.

In questo punto è il conte Galeazzo Mandello che ci torna innanzi, e che in quel giorno fece tal cosa da meritarsi la nostra gratitudine. La mattina se ne andava cavalcando fuori di quella porta, recandosi a un certo luogo di delizie lontano qualche miglia da Reggio, dove aveva una sua tresca. Questa parola (sebbene non sia conveniente intrecciare a fatti di grave importanza cose troppo minute) ci costringe ad accennare in brevissimo al modo onde si comportò il Mandello nel tempo di sua dimora in Reggio. Esso non aveva dunque mai voluto far cosa che per nessuna guisa avesse a far parlare di sè svantaggiosamente. In faccia a tutti voleva essere un patrizio modello, tra i primi nel campo della discussione, tra i primi nel dare esortamenti e consigli, tra i primi nel far disegni e progetti. Ma dopo aver speso due terzi del giorno in così gravi cure gli rimaneva ancora molta vitalità da espandere, e in quanto alle tentazioni della concupiscenza e dell'intemperanza, non avevano potuto esser vinte in tutto e per tutto. Perciò di nascosto e di queto, s'era procurato taluni passatempi, e di tale precauzione usava in quei suoi contrabbandi, che nessuno erasi mai accorto di nulla. Avendo dunque passata tutta intera la notte in lunghi ragionari col governatore, col Morone, col Palavicino, i quali quasi sempre avevano ad ammirare l'aggiustatezza delle sue considerazioni, la mattina volle darsi un po' di sollievo, e però s'incamminava per dove egli sapeva. Ma lungo il cammino nacque tal circostanza da fargli cambiar di proposito. A qualche distanza dalla città si trovò impacciato in mezzo a gran numero d'uomini d'armi. Non sapendo cosa pensarne, domandò se fossero mai soldati del monsignore di Lescuns. I più che gli passan d'accosto non gli rispondono; ma un giovane, il quale pareva aver qualche grado:—Siam soldati del papa, illustrissimo, e siamo capitanati dal conte Guido Rangoni.

Il Mandello mentre stava ascoltando s'accorse di un tal lezio fatto da codesto giovane ad uno che gli veniva d'appresso, e quando si fu di poco allontanato li udì sghignazzare. Fra que' soldati sentì poi taluno che parlava il dialetto milanese, tal'altro il francese. Udì finalmente pronunciato il nome di Alessandro Trivulzio. Sapeva esser il governatore, per la venuta del Lescuns, fuori di Reggio, e l'attenzione di tutti esser vòlta a quanto sarebbe uscito da tal conferenza. Però il vedere tanti uomini d'armi, le parole ingannevoli del giovane che gli aveva parlato e il nome del Trivulzio, gli diede molto a pensare, e così, messi da parte i sollazzi che l'attendevano, diede di sprone, al cavallo, e fingendo di allontanarsi da Reggio sempre più, diede di volta a tempo, e a galoppo serrato se ne venne in città. Fatta chiudere la porta a Modena, chiamò tutti nel palazzo del governatore, e colà espose i propri sospetti.

—Vi esorto, disse, quanti siete qui a prender l'armi di subito, ed a montare a cavallo. Fuori di porta a Modena ci si prepara al certo qualche bel fatto. Codesto monsignore di Lescuns, non volendo esser molto dissimile da quel tristo di suo fratello, mentre se ne sta confabulando col Guicciardini, avrebbe presto il modo per coglierci tutti all'impensata. Fuori un miglio dalla città son cavalli e fanti condotti dall'Alessandro Trivulzio. Il caso volle che fiutassi qualcosa, ed è impossibile m'abbia preso abbaglio. Dunque altro non ci rimane che d'uscir tosto e gettarci su costoro e sgominarli. Questo Trivulzio appartiene ad una casa alla quale ho sempre desiderato ogni male possibile. Io sono una pasta di zucchero, ma se in me nasce un odio, state certi che è per qualche cosa. Se dunque quell'altro Gian Giacomo, che alcuni sciocchi chiamano il Magno, morì di crepacuore in Francia, e scontò la più imperdonabile delle colpe, quella di essersi adoperato con ogni sua possa per desolare quella patria ove fu indegnissimo di nascere, io vi scongiuro quanti siete qui a condurre oggi le cose in modo perchè anche codesto Trivulzio abbia a restar morto…. Non importa se sarà il crepacuore, o un colpo di spingarda, o una palla d'archibuso, basta che muoja, torno a dirvi; però ve lo raccomando quanto so e posso, che dopo canteremo insieme il più giocondo Te Deum che mai sia uscito da gola d'uomini. Che Gian Giacomo e questo Alessandro abbiano di grandi virtù militari e molto ingegno, io non sarò già quello che lo neghi, ma è ciò appunto per cui sento contro a costoro un'ira che mi divora, considerando quanto bene avrebber potuto fare al paese comune se non fossero stati così infami. Dunque, se l'uno è morto, costui lo segua di corto, e sia una mano milanese che faccia le vendette su questo Milanese indegnissimo, e dia una lezione memorabile ai traditori di tutti i paesi.

Il conte Galeazzo Mandello non aveva finito di pronunciare queste parole che alcuni Reggiani entrarono in folla nel palazzo del governatore, ad avvisare che alla porta a Modena una grossa mano di cavalieri e di fanti minacciava di voler entrare nella città. Il Palavicino corse ad ordinare i proprj soldati; quanti Milanesi orano in Reggio furon presto a cavallo; il Mandello si mise pedestre con taluni fanti, armato d'archibuso. Comandati dal Palavicino, presto comparvero alla porta della città, e di là usciti improvvisamente e con grand'impeto respinsero gli assedianti. Una sanguinosissima zuffa s'impegnò, che durò qualche ora. Alessandro Trivulzio combatteva anch'esso, e pareva che la più santa delle cause gli comunicasse il valore. Ma il Mandello, quando s'accorse di lui, mai non lo perdette di vista. Armatosi d'archibuso per poterlo cogliere anche da lontano, sempre gli aveva posto la mira, e finalmente una palla, squarciando l'aria, fischiò a compir la vendetta, e trapassato il petto del Trivulzio, lo rovesciò da cavallo. Il conte Galeazzo, soverchiando tutti i rumori, con una voce tonante fu udito da tutti allora a pronunciare le seguenti parole:—Questo colpo ti viene da un Milanese; va a raccontarlo a Gian Giacomo.—Colla morte di Alessandro Trivulzio cessò la zuffa, e i suoi più non fecero che darsi ad una rapida fuga.

I Milanesi condotti dal Palavicino e dal Mandello tornarono in città, e in quel giorno fu un insolito tripudio.