Saputa una tale insidia e un tal esito, il Guicciardini che ancora trovavasi con monsignore di Lescuns, e con belle e prudenti parole attendeva a declinare ogni sua pretesa, improvvisamente cangiò modi, e rinfacciando al Lescuns il vilissimo tradimento, lo investì con tal procella di parole, da sbaldanzirlo affatto e costringerlo a partirsi.
Scornato e vergognoso della rotta che i soldati del Trivulzio avevan patito, sgomentato del numero e del valore dei ribelli lombardi che trovavansi in Reggio, e maledicendo la propria fortuna la quale avealo messo al posto del Lautrec nel momento più pericoloso, si pose in quel dì stesso in viaggio per Milano.
Giunto a Piacenza, quando stava per mettersi co' suoi nelle barche onde passare il Po, due soldati colla buffa al viso che un momento prima erano balzati a terra, domandarono di lui. Un solo gli parlò senza scoprire la faccia.
—So la rotta che hai toccata, gli disse colui, so la morte del Trivulzio e la baldanza de' ribelli rifugiati a Reggio. Ma di costoro porto fede che, in poco di tempo, non rimarrà più nemmanco la pelle, e farò mettere a fuoco e fiamme la città che li ricetta; solo mi pesa ch'essa abbia così stretto circuito. Del resto tu hai fatto malissimo a tentar costoro senza apparato di sorta e senza aspettar me; te l'ho pur detto di non far nulla senza il voler mio, così ti giovi l'avviso.
—Ma perchè sei qui tu adesso?
—Perchè non devo essere altrove; prima di tornare in Lombardia ho a spacciarmi di tal faccenda che m'imbroglia la testa da anni, perciò son qui per andarmene più giù; e se mi vedi in tal arnese è indizio ch'io non voglio si sospetti da nessuno ch'io sia arrivato di Francia, capisci tu? nessuno…. e se costoro ti domandassero di me…. trova qualche storia da inventar loro, ma non nominarmi. È tal faccenda per cui mi vorrà, credo, poco tempo, se la fortuna e il diavolo mi aiuteranno. Va dunque, va a Milano ad aspettarmi.
Ciò dicendo senza più altro, salendo a cavallo mentre gli altri saltavano nelle barche, continuò il suo cammino.
Il lettore in costui ha già riconosciuto il Lautrec, ma prima di rifarci con lui, e di cercare per qual fine, venuto di Francia in tutta segretezza, ora attraversasse l'Italia incognito, bisogna che ci fermiamo in Reggio per qualche poco ancora.
La morte del Trivulzio e la partenza, per non dire la fuga, del Lescuns, quantunque non fossero fatti della più grave importanza, avevano di molto accresciuto il coraggio e le speranze di coloro che la Francia, e chi stava per Francia, chiamava ribelli. Si entrava già nel 1521 e il Morone riceveva da Roma un forte soccorso di danaro affine di giovare l'impresa, e con quello alcune lettere che lo assicuravano esser imminente l'ora che tra Leon X e Carlo V sarebbesi fatta la lega per cacciare i Francesi d'Italia. L'ambasciatore di Carlo, il quale trovavasi in Roma, assicurava intanto che il giovane duca Francesco Sforza, il quale nelle Fiandre s'era trovato coll'imperatore, da questo avea tenuto altri mezzi per accrescere il numero della gente con cui dovea tentarsi un primo colpo.
La sera che nella gran sala del palazzo del governatore, il Morone comunicò tali notizie alla numerosa folla dei Milanesi, i quali attentissimi lo stavano ascoltando, rivoltosi improvvisamente al Palavicino: