A tutti parve bellissima questa pensata di Manfredo, che sentì scoppiare gli applausi da tutte le parti della sala.
—Dunque, continuava Manfredo, io mi porrò tosto in viaggio e domani senza perder tempo tornerò per poco a Rimini a prender commiato dalla duchessa, alla quale io e quanti siam qui dobbiamo avere assai gratitudine, giacchè, per aiutare la nostra impresa, ne ha dato facoltà di giovarci delle sue ricchezze.
Il Morone si oppose a quest'andata di Manfredo, e trovando del resto assai ragionevole che alla duchessa Elena fosse dato avviso del viaggio di lui in Germania, consigliò fosse per questo spedito a Rimini il Corvino o talun altro. Ma il Palavicino stette ostinato nella volontà sua e si mise a cavallo il dì dopo.
Precediamolo a Rimini, dove un grave avvenimento sta preparandosi.
CAPITOLO XXX.
Era il 30 gennaio del 1521; alla porta del palazzo della signoria di Rimini la guardia della mezzanotte subentrava a fare il suo quarto; nell'interno era quel movimento che prepara la quiete. Soldati che, con lanterne, andavano a visitare alcuni posti; servi che con lumi accesi, si vedevano gironzare come per dar sesto all'ultime faccende. Di minuto in minuto il silenzio cresceva sempre più, fino al punto in cui s'udì distintamente il suono di una voce, la quale parea recitasse preghiere o piuttosto declamasse qualcosa.
Un'ala del palazzo appariva ancora illuminata, e stando nel cortile si potevano vedere alcune figure dipingersi come ombre sulle vetriere. La duchessa stava colà in mezzo alle sue donne, ed era da molte ore ch'ella passava d'occupazione in occupazione senza mai potersi riposare in alcuna, finchè si fece leggere ad alta voce da un giovane paggio alcuni squarci dell'Ariosto, il suo autore prediletto.
Dopo la partenza del Palavicino aveva cominciato a protrarre le veglie sino ad ora tardissima. Aveva sgomento delle tenebre, della solitudine, sentiva bisogno di qualche cosa che la difendesse da' suoi pensieri. Dal giorno in cui sperò di trovare la felicità, l'aveva invece perduta per sempre. Dopo che fu la moglie del marchese Palavicino, tutte le ore della sua vita furono una successione di dubbi, di ansie, di sospetti, e ciò che più forse le rodeva l'esistenza, di un amore senza limiti che quei dubbi e quei sospetti facevano sempre più ardente. Il modo onde s'era comportato Manfredo in Roma poche ore dopo le nozze le avevano infatti posta nell'animo una spina che non doveva sradicarsi che colla vita. In qual maniera spiegare quell'improvviso e furibondo dispetto di Manfredo, e poi quel suo pianto dirottissimo, disperato?! La soluzione di questo viluppo era quanto da undici mesi la tormentava, e per cui tante volte Manfredo era stato tormentato; pure prima di partirsi da Roma le venne all'orecchio qualche voce che di certo l'avrebbe condotta a scoprir tutto se la scaltrezza del Morone non le avesse rotto il filo delle congetture. Prima di questa partenza, l'attenzione di quella città fu rivolta ad un faceto dialogo ch'ebbero a far tra loro le statue di Pasquino e Marforio, dialogo che avea dato origine ad un numero infinito di comenti. I nomi del Palavicino, della signora di Rimini e della signora di Perugia vi erano intrecciati in un modo singolare, tanto singolare, che ne dovette arrossire la Ginevra quando gliene fu detto qualcosa, e fare impallidire la duchessa Elena allorchè gli giunse la notizia.
Questa parlando col Morone di Manfredo e dei sospetti ch'ella aveva di costui, gli mise innanzi un tal dialogo, dicendogli ne facesse la spiegazione; ma il Morone seppe così ben fare e così ben dire, che la vedova del Baglione uscì affatto dalla mente della duchessa Elena, alla quale rimase intera la sua curiosità tormentosa. Venuta poi a Rimini, e Manfredo comportandosi in modo da tranquillarla affatto sul proprio conto, mille volte avealo stretto con domande insistenti perchè confessasse il segreto, promettendo ch'ella sarebbesi dimenticata di tutto, quand'anche fosse per farle la più orribile manifestazione. Ma il Palavicino fu sempre fermo, e per nessuna promessa non volle mai confessare ciò ch'era veramente, nè metter mai fuori il nome della Ginevra Bentivoglio. Questa ostinazione però, facendo credere che il segreto fosse ben grave, tanto più cresceva il tormento della curiosità. Spesse volte avvenne in quell'anno che Manfredo stesse sopra di sè impensierito, e allora era una cosa strana a vedersi la duchessa, se mai più dell'usato fosse lieta, tosto si rannuvolasse al rannuvolarsi di Manfredo, il quale mentre più volte aveva provato una viva compassione ed anche una gratitudine sincera conoscendo d'essere tanto amato da questa donna che pure era il delirio di molti, mai non aveva potuto dimenticar la Ginevra, pensando alla quale non sapeva vincersi così, che il suo tetro umore non fosse manifesto.
Nella mente un po' superstiziosa della signora erasi messa la credenza che l'antica sua colpa dovesse espiarsi per queste pene assidue, e dal giorno in cui pensò tal cosa, i rimorsi tornarono ad assediarla, e strane ubbie l'infestavano al punto, che quasi la solitudine e le tenebre la spaventavano.