Però, come ad affrettare il tempo dell'espiazione, con grandi beneficenze, che a ciò la portava la sua naturale tendenza, cercava nell'amore e nella benedizione de' poveri cittadini e dei tanti infelici che l'assediavano continuamente, un sollievo ai propri affanni. E al Palavicino concesse quante ricchezze ella poteva avere a disposizione, quando sentì dover servire per sanare la più profonda piaga che i Francesi, colla lunga dimora, avevano aperto in seno all'Italia. Ed ella era tanto più degna di stima in quanto che, tormentandosi al pensiero che pei soccorsi medesimi ch'essa gli dava, il Palavicino si affrettasse sempre più incontro all'estremo pericolo, dovendo esporsi per la patria e per tutti; pure non disse mai parole atte a sconfortarlo un momento, e fu solo quando Manfredo mostrò l'avviso ricevuto di recarsi a Reggio colla gente da lui messa insieme, ch'ella non potè vincersi affatto, e il pianto tradì ogni suo pensiero. Dal giorno che si trovò ancor sola, sentì pesare sopra di sè tutti i mali della vita. Con tanta apparenza di prosperità, non sapeva in qual modo dare un sollievo all'anima affaticata; protraeva perciò le veglie sino alla più alta notte, cercava nella musica, nel canto, nella poesia, in cui tanto valeva, qualche gran difficoltà da vincere per dimenticare tutto il resto. Di giorno davasi anche ai più violenti esercizi di corpo, e in mezzo a' distinti della città, il popolo la vedeva per molte ore precorrere a cavallo la spiaggia del mare, darsi talora a così rapida e furiosa corsa da far credere cercasse espressamente i pericoli. Dicevasi tra il popolo che da queste strane occupazioni, ridottasi nelle sue stanze, e nella cappella di palazzo, passava poi a cose al tutto opposte, e come forse non aveva mai fatto, infervorava nella meditazione e nelle preghiere e negli atti religiosi da far sospettare stesse facendo la penitenza di qualche gran peccato. E allora di bocca in bocca tornava a passare il racconto della vecchia storia di lei; ma la maldicenza quando stava per prorompere era costretta a tacere innanzi ai tanti benefizi della duchessa, e allorchè, dalle corse affannate, ella tornava in città, e a cavallo l'attraversava, tutto il popolo erale intorno ad attestare con battimani e con evviva l'amore e la gratitudine che sentiva per lei.
Questo da qualche tempo era il tenore di vita della signora di Rimini.
Nella notte a cui siamo, ella, dopo esser passata d'occupazione in occupazione, prestava dunque attenzione alla lettura che un paggio le faceva dei migliori squarci dell'Ariosto. Si giunse al canto ventesimoterzo, alla pazzia di Orlando, a que' versi:
All'ultimo l'istoria si ridusse Che'l pastor fe' portar la gemma innante Ch'alla sua dipartenza per mercede Del buon albergo Angelica gli diede. ……………………… Questa conclusïon fu la secure Che il capo a Orlando gli levò dal collo. ……………………… ……………………… Non suppliron le lagrime al dolore, Finir che a mezzo era il dolore appena, ……………………… ……………………… Il quarto dì da gran furor commosso E maglie e piastre si stracciò di dosso. ……………………… ……………………… E cominciò la gran follía, sì orrenda Che de la più non sarà mai ch'intenda. ……………………… ……………………… E in tanta rabbia, in tanto furor venne Che rimase offuscato in ogni senso….
La duchessa si alzò, accennò al paggio di sospendere la lettura, e, pallida, si concentrò in sè medesima. La figura del Lautrec, per l'effetto di que' versi essendole comparsa innanzi come se fosse la vera, fu la causa di quel turbamento. Dileguatosi però, e pensando che non vi poteva essere più pericolo, e che Lautrec era in Francia, si ricompose e tornò a sedersi fra le donne. Era impossibile che di quel terribil uomo ella potesse dimenticarsi affatto, od ogni minimo accidente che per associazione le richiamasse qualche fatto antico, bastava a sconvolgerle tutta la massa del sangue. Eravi poi una creatura che sempre, a dispetto de' suoi terrori, le richiamava il Lautrec; una creatura per cui provava un effetto particolarissimo: il fanciullo Armando, la cui immagine infantile ella avea fatto ritrarre da uno scolaro di Raffaello, e che ogni tanto contemplava con una passione ineffabile, la quale tanto più facevasi forte, quanto più doveva star nascosta, che sarebbe caduta morta di vergogna, se al Palavicino fosse trapelato mai nulla di quanto era accaduto. Ma passiamo a ciò che più importa.
Avvicinavasi l'ora in cui di solito soleva licenziar le donne e recarsi nella camera da letto. Quando infatti non trovò più con che protrarre la veglia.
—L'ora è ben tarda, disse, e se tutto riposa adesso, bisogna bene che tronchiamo la veglia noi pure. Così dunque vi auguro la buona notte.
Ciò detto, si recò nella sua camera seguita da una fante. Tutto era tranquillo oramai, nè alla signora altro rimaneva che di farsi svestire dall'ancella…. Quando un furioso scampanare a martello, rimbombando nel silenzio della notte, venne improvvisamente a colpirla. Atterrita esce allora dalla camera, e con lei l'ancella. Chiamano le altre donne che, spaventate, per diverse parti ritornavano. A quel martellamento intanto che parea venire da una estrema parte della città, rispondono tutte le campane delle chiese. A questi suoni si mescono le voci stridenti delle sentinelle che gridano all'armi:—Chi è?—che fu?
La duchessa dagli appartamenti, entrando sugli atrj è colpita da un'insolita luce rossa infuocata, riflessa nelle vetriere dei fìnestroni del piano superiore. Era l'effetto medesimo che produce la faccia del sole quando dall'occidente manda fiumi di luce sui fastigi degli edifìzi, in cui pel giuoco de' vetri, sembra vada infuriando un vasto incendio.
E l'idea di un incendio colpì appunto la duchessa che, per accertarsi salì su di un ballatoio posto nella parte più alta del palazzo, e di là volgendo lo sguardo donde veniva lo spaventoso splendore, vide infatti dalla parte spettante al mare come un capellizio di fiamme e colonne di torbido e nero fumo, che s'innalzavano al cielo nubiloso. Da quasi tutto l'inverno imperversava un furioso vento di ponente, per cui anche l'Adriatico era sempre stato in una continua procella. La duchessa sospettò che il vento appunto portando faville ed incendiando qualche covone di paglia sparso alla campagna (chè le fiamme apparivano fuori della città), avesse dato fuoco alla gran selva d'abeti che da quella parte univa i villaggi a Rimini. Ma stando cogli occhi fissi al terribile spettacolo, e facendo tacer quanti le stavano intorno, si mise in ascolto. Da quella parte le veniva all'orecchio il cupo e vasto fragore del vento che alimentava ed era alimentato dalle fiamme. Dalle contrade della città un momento prima tranquille e deserte, salivano fino a lei le mille voci dei cittadini che, atterriti, avean lasciati i letti al suono della campana a martello per accorrere a dar soccorso. Stando a quell'altezza, alla gran luce dell'incendio che, quasi fiume di fuoco straripato, si avanzava con tremendo impeto verso la città, vedeva sulle piazze i densi gruppi delle persone affrettarsi tutti ad una meta, e sui tetti le facce di coloro che oziosi stavano osservando. Allora ella discese rapida; tutti i camerieri, i servi, i famigli erano in movimento di su, di giù per gli atri, pei corridoi, per le scale. La duchessa li fa chiamar tutti.