Quelli senza far motto nè aggiunger parola, tosto si staccarono dal loro signore, e a gran passi lungo la riva si allontanarono da lui, finchè questi li perdette di vista e rimase solo.
Che costui fosse il Lautrec è inutile dirlo; rimase dunque solo, e ancora diedesi a passeggiare la spiaggia il più frettolosamente che mai, guardando come si venisse distendendo l'incendio. Un orrendo contrasto gli accrebbe quello scompiglio che da tanto tempo gli si era messo nell'animo. Un anno prima, quando a Milano gli giunse la notizia che la duchessa Elena avea sposato il marchese Palavicino, dopo un accesso di furore che quasi fu per divenirgli funesto, aveva risoluto di non lasciar correre tempo in mezzo, recarsi a Rimini e disperatamente vendicarsi. Ma volle il caso che il re gli desse tali incarichi da non lasciargli tempo di provvedere alle cose proprie, e lo chiamasse poi in Francia con gran sollecitudine, per cui dovette protrarre ad altro tempo quanto aveva in animo di fare, e così per molti mesi se ne rimase in Francia. Ma più tempo trascorreva, più la passione si condensava nell'anima di lui, così che quando gli fu concesso di ritornare in Italia, non ebbe altro pensiero che quello di correre alla vendetta.
Attraversare l'Italia senza che nessuno avesse sentore del suo arrivo, raccogliere di fretta quelle notizie che gli fossero per giovare, di volo correre a Rimini, e, attraversando ogni ostacolo, cercare della duchessa e del Palavicino per far scontar loro in un punto tutte quelle angoscie onde a lui erano stati cagione, ecco qual fu il suo primo divisamento; se non che il difficile stava appunto nel vincere quegli ostacoli che, sebbene fosse travolto dalla passione, vedeva pure essere fortissimi. Però gli venne in mente che un gran disastro pubblico, mettendo tutti nello scompiglio, a lui avrebbe dato facoltà di cogliere all'impensata, e soli forse, tanto la duchessa che Manfredo. Allora non vedendo la possibilità che questo potesse nascere da sè, pensò di suscitarlo egli stesso, e un incendio gli parve l'occasione più opportuna per ottenere il proprio fine. Da uomini fidati poteva farlo appiccare quando e come gli fosse piaciuto, e in quella parte della città di Rimini che gli convenisse meglio.
Fatto dunque un tal disegno, l'impazienza di vederlo effettuato, lo sollecitò nel viaggio. Seco aveva condotto dodici uomini con promessa di larghissimo compenso. Messili al fatto del proprio intento, a mezzo cammino, per non destar sospetti, erasi diviso da loro, e li aveva spediti innanzi per la via di Ferrara, dando loro la posta al piccol luogo di Cervia presso Forlì, dov'egli sarebbe arrivato dopo, prendendo per la strada del Modenese, e dove sarebbesi concertato il rimanente da farsi.
Dopo molti giorni di viaggio era in fatti giunto a Cervia, e qui trovò gli uomini che lo aspettavano. Colà saputo che il marchese Palavicino erasi recato a Reggio, da principio ciò gli parve un contrattempo, e fu quasi per aspettare ch'egli tornasse. Ma dopo fece altri pensieri, e si dispose a mandar tosto ad effetto il suo atroce disegno. Conoscendo benissimo la città di Rimini e i suoi dintorni per avervi dimorato tanto tempo, senza bisogno di far nessuna visita ai luoghi, ebbe subito stabilito il modo. Suo intento era, come si disse di produrre un immenso scompiglio in tutto il popolo, costringerlo ad uscire della città se voleva attenuare il disastro, e per tal via, mentre la città rimaneva deserta, o quasi, le soldatesche occupate altrove, e, se dava la sorte, anche il palazzo della signoria abbandonato dalle guardie, entrare in quello. Per questo stimò bene di appiccare l'incendio alla parte della città che fosse la più lontana dal palazzo, perchè nel mentre fosse abbandonato dalle guardie intente a portar soccorso altrove, non fosse poi abbandonato da chi egli aveva interesse di trovare. Pieno di questo pensiero e della smania di vederlo compiuto, aspettò la notte in cui il vento imperversasse più del solito e communicasse così impeto maggiore all'incendio. Tutto adunque gli era andato a seconda del desiderio. Udiva dal posto ove stava il furioso crepitar delle fiamme, sapeva che quasi tutto il popolo era uscito di Rimini, e che a lui non rimaneva perciò che di entrare in quella città di cui sapeva ogni angolo, e col favore delle tenebre, della solitudine e del generale disordine, senza ostacolo, mettere il piede nel palazzo della duchessa.
Ma quante volte fu per prender la via della città, altrettante retrocesse e si fermò perplesso:
—A che vado a far colà? diceva tra sè, per qual fine io la cerco colei?
Quando seppe le nozze di Elena con Manfredo, esso non aveva veduto che sangue allora, e nel sangue solamente aveva cercato di confortare i propri dolori; nè altro pensiero gli era venuto in mente fuori di questo, che fu il primo, e continuò ad esser l'unico per assai tempo. Da che dunque gli derivava adesso tanta perplessità? Da ciò solo che dall'odio medesimo ond'era divorato per colei, e lo sospingeva a cercarla per distruggerla, era risorto l'amore, prepotente amore che, confuso coll'odio stesso, talvolta lo soverchiava; però nel punto medesimo in cui quanto si chiama sete di sangue trucemente lo esaltava, il brivido che si metteva nelle sue ossa al pensiero che dopo tanti anni avrebbe riveduta la madre del suo Armando, era segno indubitato che l'amore gli comunicava l'irresistibile bisogno di trovarsi con lei, ma un bisogno nel cui soddisfacimento era pure riposto un supremo gaudio. Chi sapesse farsi idea dell'esistenza contemporanea di questi due affetti, potrebbe valutare appieno la condizione tormentosa in cui versava il Lautrec in quella notte, in quell'ora, la più procellosa di tutte le trascorse.
Ma l'immagine del Palavicino e tutte le ricordanze che si affollavano intorno all'abborrito Milanese lo determinarono finalmente, e percorrendo una via fuor di mano che metteva in Rimini, vi entrò una mezz'ora dopo. A gran furia avea fatto la strada, e tra per questa rapida corsa e per la passione che assiduamente lo batteva, si sentì come spossato. Giunto sulla gran piazza e incertissimo ancora di quel che dovesse fare, si appoggiò per poco a quel piedistallo di marmo su cui è fama che Cesare parlasse alle sue legioni prima di passare il Rubicone. La piazza era silenziosa, e soltanto portato dal vento, vi giungeva il frastuono delle mille voci del popolo uscito ad arrestar l'incendio. Quando in mezzo alla generale quiete sentì la voce di due cittadini che parlavano:
—La selva è in cenere oramai, ma tanto abbiam fatto, che le fiamme non hanno ancora investite le mura. Or vado a vedere se la povera mia madre s'è rimessa dallo spavento, e torno subito all'opera.