In questa, i due giovani udirono scattare il martello dell'orologio della torretta che battè due tocchi.

—L'ora è ben tarda, disse allora il Palavicino, e bisogna ch'io vada alla casa del Besozzo, dove stassera si raccoglieranno un cinquanta del nostri che staranno pel duca Massimiliano e per te, duca Francesco.

—Non so se il castellano abbia licenza dal cardinale di Sion di lasciarti uscire?

—Sa il cardinale il perchè, ed ha già dato gli ordini.

—Quando avremo a vederci noi?

—Domani all'alba.

—Addio dunque frattanto, e confida nella sorte e in Dio.

—E in chi altri ho a confidare? Dopo l'attentato di jeri notte, dopo ch'io so che la morte mia è desiderio e fine assiduo di chi si nasconde tra l'ombre, a me par come di passeggiare su d'un terreno, sotto il quale si celi una mina; però, se a me non accadrà d'esser balzato in aria sfracellato, non sarà che un miracolo d'Iddio.

Detto questo, si licenziò dal suo Francesco Sforza, che lo volle abbracciare. Quando fu per uscire si scontrò nel Morone, che veniva dalle camere di Massimiliano e che gli disse:

—È qui il duca Francesco?