—Dove può ella essere andata? disse tra sè; ma era pure la sua voce quella che ho udito… ma era qui dov'ella si trovava momenti fa!

E si pose ancora in ascolto… il solito silenzio gli rispondeva.

—Che fosse mai discesa a' suoi appartamenti? pensò poi.

Pensato questo, ridiscese tosto. Ripercorse gli atrj del primo piano, fu all'uscio che metteva agli appartamenti della duchessa; vi entrò subitamente, ma rallentando il passo e procurando di non far rumore col piede ferrato. Passò per più stanze; eran tutte vuote, ma v'era quel disordine nelle suppellettili che è indizio dell'abituale movimento di molte persone. Quando fu nella gran sala, che si chiamava la sala de' musaici, e pareva piuttosto un piccol tempio che altro, si fermò; udì nella prossima un suono di passi affrettati, e quel fruscio particolare che da una veste serica sbattuta. Il sangue gli corse alle tempia, si precipitò in quella camera; in un lampo fu dappresso ad Elena. Al rumore della porta che si spalancava, alla vista dell'uomo d'armi che moveva alla sua volta, la signora si fermò guardandolo attonita e in aspettazione di qualche gran cosa…. poi a un tratto proruppe in un grido…. Ella avevalo riconosciuto anche di sotto alla buffa. Il Lautrec corse all'uscio e lo chiuse a chiavistello, e senza dir mai parola si pose in ascolto…. gli parve d'udir qualche rumore…. Allora liberò ancora il chiavistello dell'uscio, e continuando sempre a tacere, uscì della camera.

La duchessa, cui lo spavento ognora crescente aveva soffocato il secondo grido, non seppe cosa pensare, e seguendolo coll'occhio non si mosse dal suo posto. Udì i passi ferrati del Lautrec che si allontanavano di sala in sala, poi lo strepito di una porta che si chiudeva, e quell'aspro cigolìo che fa la chiave quando gira nel chiavistello, poi lo stesso di un'altra porta, e della terza e della quarta, e i passi del Lautrec che ritornava…. Allora accortasi di quel che era, e cessata l'inerzia della prima attonitaggine, si mosse per uscire; ma fino a sei tutte si chiusero le porte a quel modo, e il Lautrec rientrò dov'ella era.

—Sei stanze mi serrai dietro a chiavistello, furono le prime parole del Lautrec, e questa non mette capo a nessun luogo; siam dunque soli, soli, affatto soli!

Pronunciando queste parole con quella sua voce nasale e tremenda, guardò fisso la duchessa pei fori della buffa che non alzò. Con tutti i modi avrebbe voluto atterrirla, fuorchè collo spettacolo della sua laida bruttezza. Questa doveva a lei rimaner coperta in perpetuo.

—Soli! macchinalmente ancora ripetè… ma in quel punto, facendo un passo verso Elena e prendendole un braccio… la vide lenta lenta piegar il collo e le ginocchia, e diventar bianca come se tutto il sangue le fosse uscito dalle vene. Certo sarebbe caduta come piombo sul pavimento, se non fosse rimasta così sospesa e sostenuta dalla mano ferrata di lui che l'aveva presa pel braccio. Egli subito si tacque, e continuò a sostenerla guardandola con un'attenzione particolare. Passò qualche minuto senza che d'un punto si cambiasse la posizione d'ambedue… ma i ginocchi di lei si ripiegavano sempre più, finchè con quelli venne a poco a poco toccando il suolo. Anche al Lautrec pareva che le forze si fossero scemate, e non bastando a sorreggerla la lasciò toccar terra, senza però lasciarla cadere. Colla testa cascante da un lato, colle braccia pendenti e la fronte pallida pallida, ma bellissima tuttavia di una bellezza senza pari, non dava Elena nessun segno di vita.

La dritta mano ancora avvolta intorno al sinistro braccio di lei, il capo basso, gli occhi fissi nello spettacolo di una vita che pareva dissolversi, il Lautrec non si moveva, non alitava. Pareva una statua di ferro inchinata sur una di marmo…. Se non che improvvisamente, dopo un profondo sospiro che rivelava un angore straziante, dai larghi fori della buffa del Lautrec, caddero grosse goccie di pianto sulla bianca fronte della signora.

Per quell'apparenza di gracilità subita dalle fattezze d'Elena a cagione del deliquio, erasi accresciuta la somiglianza ch'ell'aveva col fanciullo Armando, le di cui linee erano le medesime di lei, e soltanto ne differiva per l'esilità e la pallidezza, e accresciuta al punto che agli occhi del Lautrec l'un volto si confondeva coll'altro. Il fanciullo, nell'anno che stette in Francia, forse pel clima influentissimo sulle debili complessioni, avea perduto sempre più della salute, ed era stato, ed era tuttavia cagione di forti apprensioni al padre, che interrogava medici e si struggeva di dolore, e malediva la sorte che minacciava colpirlo nell'unico oggetto della sua affezione. Ora il volto d'Elena gli richiamava queste idee, e mentre da ciò stesso gli era accresciuta la pietà pel suo figlio, questa era di tal natura, che bisognava pure in qualche parte si stendesse anche sulla madre sciagurata di lui. Temeva l'immatura fine d'Armando, di cui a quando a quando sentiva un vago e angoscioso presentimento; però, mentre era venuto in cerca della madre per consumare su lei una vendetta covata da tanti anni, un orrore insolito lo prese, un superstizioso timore che spegnendo la vita di lei, venisse contemporaneamente a spegnersi anche quella del fanciullo; credeva che un'aura medesima animasse l'esistenza di quelle due creature tanto simili l'una all'altra, e che per conseguenza un soffio solo dovesse riuscire funesto ad ambedue. Ma pensando com'era stato tradito e offeso da quella che ora gli pendeva dal braccio, si tormentava fossegli venuto in quel punto un tal timore, e con una vicenda rapidissima passava così da un estremo all'altro della passione inestimabile che lo divorava.