—È vero.

—Quanto più cerchiamo di trovare una spiegazione al miserabile fatto, tanto più crescono i viluppi e i dubbi. Io non so più cosa dire.

In questa entrò il lettore di medicina, al quale tutti si misero intorno. Udita ogni cosa egli se ne venne al letto della signora.

Le donne, veduto che ella pativa difficoltà di respiro l'avevano rialzata qualche poco. Così quando il medico le si accostò pareva si fosse riavuta di molto. Aveva gli occhi aperti, sembrava anzi avessero ricuperato per intero la facoltà visiva, ed ella guardasse con attenzione intelligente, ma a tutte le domande che aveale fatte il medico mai non rispose o non volle rispondere. Ad esso peraltro dai sintomi esterni, risultò che il pericolo era estremo.

Venne finalmente il vescovo di Rimini, uomo, a quanto ne diceva la voce pubblica, d'insigne pietà, senno ed esperienza.

Quando questi si fu al letto della signora, e su lei abbassò il vecchio e venerando capo, fu notato ch'ella fece uno sforzo per avvicinarsi a lui, e farsi intendere con cenni. Il venerando uomo fece allora uscir tutti della stanza. E rimase solo così colla duchessa.

In questa medesima notte viaggiava affrettatamente verso Rimini il nostro Manfredo, insieme all'Elia Corvino e a due barbute. La molta neve caduta lungo la linea degli Apennini, lo avevano costretto il dì prima a fermarsi per molte ore presso Lojano. Senza questo contrattempo si può esser certi ch'egli sarebbe arrivato a Rimini intorno alle ore medesime in cui il Lautrec ci pose il piede. Una tale combinazione sarebbe invero parsa al più dei lettori la più strana, la più improbabile, la più incredibile, eppure tanto induce a credere ch'ella era inevitabile, se la neve non avesse impedito il passo a nostri viaggiatori. Un'ora prima dell'alba quando furono nel Cesenatico, lungo la via, da alcuni uomini del contado udirono a parlare dell'incendio della città di Rimini. Que' villeggiani che da altri avevano appreso questa notizia, la quale facevasi tanto più grave quanto più eran le bocche per cui passava, parlarono di quell'incendio come di una cosa spaventevole, e però interrogati da Manfredo e dall'Elia, risposero, che a quanto essi avevano udito, a quell'ora doveva essere distrutta una buona parte della città. Il Palavicino non volle altro, e dando di sprone al cavallo si rimise in via a gran corsa. Non giunse però presso Rimini che ad un'ora di giorno. In ragione che si venivano accostando alla città, le notizie dell'incendio si conformavano sempre più al vero, per cui, quando furono a poche miglia di distanza, i nostri viaggiatori si tranquillarono affatto, udendo che l'incendio era stato arrestato, e che Rimini non aveva patito gran danno. Rimessosi così da qualunque appressione, il Palavicino vi entrò pochi momenti dopo. Ma alla porta, il caporale delle guardie, avendolo riconosciuto e non sapendo farsi capace del modo lieto onde s'intratteneva col compagno, gli si accostò, e:

—Signore, gli disse, date di sprone al cavallo, che se mai non sapeste nulla, io vi avviso che la signora sta in termine di morte.

—Che? gli domandò Manfredo percosso da quelle parole e fermando il cavallo, d'onde il sai tu?

—Stanotte, eccellentissimo signore, fu davvero una notte d'inferno.