A tener dietro a ciascun passo dei principali personaggi in cui c'incontrammo nel corso di questa storia, ad osservare più d'appresso che ci fosse possibile taluni fatti, abbiam dovuto percorrere gran parte d'Italia. Da Milano passammo a Roma, a Rimini, a Venezia, a Reggio correndone e ripercorrendone lo stradale. Ora ci conviene varcare le alpi e dilungarci da Italia per gran tratto.
L'uomo che i destini collocarono all'estremo di una dinastia famosa perchè dovesse chiuderla per sempre, che per anni molti fu occasione di controversie, di lotte, di errori, e insieme di virtù grandi e di sforzi magnanimi; l'uomo al quale un popolo, intero, abbattuto da patimenti assidui, volge, dopo un lungo oblio, lo sguardo e le speranze; che, mentre altri s'affaticavano per lui, stette fuori, mal suo grado, degli sguardi dell'universale, protagonista senza parole e senz'opere, coperto dalle dense ombre della sua sventura; quest'uomo, che fu nulla per sì gran tempo, mentre pure si rodeva del desiderio di esser tanto, deve esercitare su noi così gran forza da costringerne finalmente ad occuparci anche di lui.
Fuori una lega d'Augusta, l'antica città sui campi dove Ottone il Grande sconfisse gli Unni nei secolo decimo, quasi in ogni giorno dei primi mesi del 1521, alla prim'alba, i buoni borghesi alemanni che per commercio viaggiavano in quei dintorni, lungo il cammino, si fermavano ad osservare un giovane uomo il quale, su di un ardente cavallo, comandava drappelli di fanti e cavalli, che per esercizi simulavano battaglie sulla estesa campagna. Si domandavano l'un l'altro chi mai fosse quel giovine cavaliere, e tosto un senso di rispetto e di venerazione pietosa si metteva nei cuori di quegli uomini leali, quando sentivano esser colui il duca Sforza, l'ultimo della dinastia del grande Francesco, che sbalestrato giovinetto fuori dei suoi Stati da un'usurpazione crudele, ora anelava di ricuperarli, e finchè durava gli ozi ingrati, esercitavasi in ciò che più è necessario a chi deve metter corona.
Era da qualche tempo infatti che il duca Francesco Sforza, dopo avere
accompagnato Carlo nelle Fiandre, aveva stabilita la sua stanza in
Augusta, nella quale città era venuta a dimorare anche la Ginevra
Bentivoglio.
Il Morone le avea consigliato di star presso al duca, come a costui aveva raccomandato di vegliare sulla di lei sicurezza. L'acuto lombardo, considerando di quanto aiuto esser potesse ai forti bisogni del duca l'ingente pensione pagata dal pontefice alla vedova del Baglione, per questo li volle ravvicinare. Siccome però dubitava fosse mai per sorgere da ciò qualche voce che offendesse la fama illibata della signora, così fra' que' leali Alemanni che circondavano lo Sforza diffuse il racconto dei lunghi patimenti subiti dalla Ginevra e come figlia del signore di Bologna e come consorte del tiranno di Perugia, narrò egli medesimo la simpatia profonda che prima di quel malaugurato matrimonio l'avea legata con Manfredo Palavicino, gentiluomo lombardo, e come in ultimo, per giovare alla patria e dar modo all'amico di collocarsi a tal posto dove gli fosse più agevole adoperarsi per essa, sebbene libera di sè per la morte del Baglione, pure avea fatto sacrifizio dell'immenso affetto che nutriva da si lungo tempo, concedendo ella medesima alle braccia d'altra consorte l'uomo che già chiamava suo sposo, ed era venuta intanto presso il duca Sforza per giovare coi proprii mezzi nella causa di costui quella della patria. Il fatto di una virtù così insolita non è a dire che venerazione fruttasse alla Ginevra, in quel paese dove un sentimentalismo profondo e sincerissimo è sorgente di adorazioni per ciò che altrove troverebbe indifferenza e spregio.
Lo Sforza, sebbene da tanto tempo desiderasse di metter gente insieme, pure da principio non volle accettare le offerte generose della Bentivoglio, ma finalmente, pieno di fiducia nella propria causa, e sicurissimo che, rimesso nei propri Stati, avrebbe potuto compensar la Ginevra ad usura, accettò, e così con que' mezzi e coi pochi lasciatigli da Massimiliano e con quelli che gli venner dopo da Carlo, potè in breve metter insieme quel migliajo tra fanti e cavalli.
Una mattina del febbraio di quest'anno, in mezzo a molti cavalieri tra lombardi ed alemanni, misurava esso la gran pianura d'Ottone facendo la solita rivista e comandando le consuete manovre. A vederlo mostrava un trent'anni di età, ma non ne contava che ventotto, ed era di un'avvenenza assai rubesta, con folta e prolissa barba. Al modo onde governava quella sua gente, pareva uomo nato fra l'armi, e che per tutta la vita ad altro non avesse atteso che all'arte della guerra.
Fin da quando, uscito dal ducato di Milano, seppe che il suo fratello Massimiliano aveva abdicato e che però le sorti, qualora avessero mai voluto ristampare la dinastia, si sarebbero rivolti a lui secondogenito, si propose di passare il tempo del suo esiglio negli studi d'ogni maniera. Passando dai più violenti esercizi di corpo, alle più alte e solitarie meditazioni della scienza, dalla sala d'Armi all'aula dell'Università, avea trascorsi cinque interi anni; perciò, sebbene fosse ancora assai giovane, tuttavia poteva annoverarsi non solo tra' più perfetti cavalieri, ma anche tra i più dotti giovani che allora facessero parlare di sè nelle Università della Germania.
Il Morone medesimo, quando dopo tanto tempo di lontananza, si trovò con lui e lo udì parlare, ne rimase altamente edificato e ne concepì le maggiori speranze. Valore, dottrina e mansuetudine sapiente nei rapporti della vita privata; c'era forse quanto poteva bastare perchè l'ultimo Sforza avesse a toccare la gloria del primo.
Venuta l'ora in cui, finiti gli esercizi del campo, ritto sul cavallo, si fermò ad osservare ad uno ad uno i fantaccini ed i cavalieri che gli sfilavano innanzi: