—Se il re di Francia, diceva parlando al nipote del cardinale di Sion che stava sempre seco, sapesse ch'io sto esercitando codesto pugno di soldati, davvero che riderebbe; pure io vivo sicuro che non riderà a lungo. Ma s'egli si credesse mai ch'io fossi per riporre tutta la mia fiducia in così poca gente, mostrerebbe di non avere attitudine nessuna a giudicare altrui. Del resto potrebbe esser causa di gran maraviglia in coloro che si fermano alle prime apparenze, il vedere ch'io vada tuttodì addestrando questi uomini, che tutti si sono trovati in più fatti d'arme, e non possono apprender molto da me che, dalla culla passato all'esiglio, non ho ancora fatto nulla al mondo; ma se lì trattengo per tante ore sotto le armi, è appunto per esercitar me così inesperto. Pure verrà tempo, caro mio, tempo verrà che faremo qualche cosa anche noi, e dal drappello passando all'esercito non ci darà noia la polvere del campo; però se Francesco I Sforza fu l'onore del suo tempo, noi condurremo le cose in modo che il secondo Francesco almeno non ne sia il disonore. Ma tornando a noi, questa brava gente non sarebbe già qui per dar spettacolo a me solo; varrà pur essa a qualche cosa, e presto. Vi farò leggere le ultime lettere venutemi da Italia. Tutti si son desti, e il più dei Milanesi stanno per me finalmente. Sentirete quanto dice il Morone, quanto promette il mio Palavicino.

—A proposito di questo amico vostro, credete voi ch'egli verrà qui prima di tentare un colpo in Italia?

—Fu un pensiero del Morone… del resto poi non so… pure se vuolsi operare con prudenza, il Palavicino dovrebbe venir qui a prendersi seco questa gente per unirla alle soldatesche che già si son messe insieme in Italia, e di buon grado la porrei sotto il suo comando. Non so s'io saprei indurmi a far questo con altri, ma se non avessi fiducia in quel mio generoso amico, dovrei negarla anche a me stesso. Faccia egli dunque quel che a me non è concesso per ora. Dopo toccherà a me, a me sempre… se Dio lo vorrà.

Ciò dicendo, come fu passato dinanzi a lui l'ultimo fantaccino de' suoi, dando anch'esso di sprone al cavallo, si mise a trotto per tornare in Augusta.

—Mi pare siasi fatto tardo, e ci bisogna affrettare il passo. Il lettore di diritto Martino Zimmerman comincierà oggi i commenti dei capitolari dì Carlomagno, e preluderà discorrendo tutta la storia del regno di questo sovrano gigante; capirete dunque che non bisogna mancare. La dotta facondia di questo lettore di giurisprudenza mi diletta assai, e in quanto a me vado struggendomi del desiderio d'approfondarmi sempre più in codesta scienza, ch'è la scienza dei re.

Così, passando d'uno in altro discorso, entrato in città e scavalcato al proprio alloggio, passo passo, a braccio del Sion e di un giovane lombardo, figlio di un mercante di pannilani, s'incamminò verso l'Università.

Gran parte della studiosa gioventù della Germania affluiva allora in Augusta, e quell'ardore persistente di studi che più tardi fu il caratteristico degl'ingegni di quella nazione, era abbastanza notevole anche allora. I biondi e perspicacissimi figli del Reno, della Mosa, dell'Elba, od osservavano abitualmente il silenzio dei trappisti, o se il rompevano, era per gettarsi a corpo perduto sul campo della discussione e delle argomentazioni sottili, e anche di quel tempo sì forte era l'entusiasmo della scienza, che quando pure la Cerevisia di Monaco metteva loro di gran fumi alla testa, gli ardenti vaniloqui versavan sempre intorno alle più astruse ed intricate quistioni. Se tutte le dispute fatte a voce, da che esistono Università in Germania, si potessero riprodurre e pubblicare, sarebbe causa di un forte stupore il vedere sino a che punto la ragione possa smarrirsi entro i suoi medesimi labirinti.

Con questi giovani ardenti, instancabili, acutissimi, passava dunque il giovane Sforza il suo tempo, quando tornava dall'avere armeggiato. Proponeva, domandava, rispondeva, argomentava, sottilizzava anche: se non che quel buon senso imperturbabile onde, se vuolsi, vanno assai distinte le intelligenze lombarde, gli serviva di bussola ogni volta che coi colleghi audaci gettavasi in qualche mare intentato; e spesso avveniva che con un bel tacere si fermasse a tempo, lasciando intero ai colleghi il privilegio d'invadere le regioni della pazzia.

Al tocco della campana entrò lo Sforza nell'aula dove leggevasi diritto, e senza distinzione di sorta s'affrettò a sedere nei banchi. I figliuoli dei buoni borghesi d'Augusta e delle altre città della Germania sedettero appresso all'ultimo rampollo dei duca Sforza di Milano. Vicino alla cattedra ove saliva il dottore Martino Zimmermann eravi però un posto di distinzione; una gran seggiola a bracciuoli con cuscini di corame incartocciato e chiodi d'ottone abbruniti dal tempo. Poco dopo che il dottor Zimmermann fu salito in cattedra, una donna vestita a lutto, accompagnata da un servo, entrò nell'aula e andò a sedere in quel posto distinto. Era dessa la Ginevra Bentivoglio. Quantunque ogni giorno assistesse alle lezioni di diritto, pure la sua comparsa era sempre seguita da un lungo mormorio, tanta ammirazione sentivano per colei que' giovani entusiasti.

A dimenticare i molesti pensieri che malgrado la sua virtù e la sua fermezza d'animo, venivan spesso ad opprimerla, la Ginevra giusta i consigli del Morene, uscendo della sfera di donna, s'era avvolta con molto ardore nelle pubbliche faccende. Delle sue rendite la massima parte erano impiegate a soddisfare alle paghe delle soldatesche del duca. Per le circostanze che sa il lettore, ella aveva in odio il nome francese e amava ardentemente l'Italia; nè la diversa direzione del padre e de' fratelli non avevano più che tanto influito su di lei, che il Palavicino l'avea prepotentemente indotta nelle proprie opinioni. Per questo operava con passione, e il sagrificio che faceva altrui delle proprie ricchezze era così volontario, così spontaneo, che gliene derivava una soddisfazione completa.