Per quanto però avesse interesse e prendesse parte alle cose della patria, più volentieri lo facea coi fatti che colle parole. Voleva essere perfettamente istrutta del movimento delle cose; parlarne a lungo le dispiaceva; anzi, lo si può dar per certissimo, le recava una pena insopportabile. Discorrendo col giovane Sforza la condizione presente e l'avvenire della patria lontana, ad ogni quattro parole era impossibile di non toccare del Palavicino. Il tumulto eccessivo che sempre le si metteva nell'animo a tal nome era ciò che le faceva scansare di parlarne. Però a tentare ogni modo per dimenticarlo, e svagarsi, tornò agli studi severi, in cui giovinetta aveva mostrato di valere assai, quando, sotto l'Urceo, aveva atteso allo studio dei Classici latini; udito poi dal duca Sforza, che nell'università d'Augusta eravi un assai distinto professore di diritto che parlando l'idioma del Lazio, trascinava tutti colla dottrina straordinaria e l'insolita eleganza della facondia, pensò d'intervenire anch'essa alle sue lezioni, e da più giorni le sole ore in cui potea dire di riposare veramente in un perfetto sollievo, eran quelle che passava nell'aula dell'Università, tenendo dietro con attenzione e spesso con entusiasmo al discorso del lettore di diritto.
Questi intanto aveva accennato d'incominciare la sua lezione, e già nell'aula erasi messo quel silenzio che è sempre indizio del quanto un professore promovi l'interesse nella massa degli uditori. La Ginevra si raccolse, e dimenticando al tutto ogni altra cura si mise in ascolto.
Il professore, prima di venire a trattare di quanto era rimasto della grand'opera di Carlomagno, degli avanzi della legge salica, della ripense, della borgognona ecc., e di risolvere se i capitolari fossero tolti dal diritto romano, ciò che formava l'oggetto principale della lezione di quel dì, facendo precedere una digressione storica, aveva cominciato ab ovo, vai dire dalla divisione del regno dei Franchi dopo la morte di Pipino; poi toccato, in passando, di Carlomanno e della sua morte, entrò finalmente a parlare di Carlomagno, della sua puerizia, del suo carattere in tutto germanico, della sua incoronazione, della prima guerra d'Aquitania, delle cagioni che prepararono le sue conquiste, della caduta del regno dei Longobardi. E a questo punto pose una questione, quella questione intorno alla quale l'Italia sta attendendo adesso che il suo più grande scrittore pronunci le definitive parole. Il professore Zimmermann avea però dato, per oggetto principale della disputa, ciò che oggidì fu toccato per incidenza, ed era:==Se all'Italia, dall'invasione dei Franchi e dalla caduta del regno longobardico sia venuto danno o vantaggio, e se colui che chiamò Carlo in propria difesa abbia saviamente e giustamente operato.==Il dottore Zimmermann, premesso il proprio giudizio, che era in tutto favore di Adriano, gettò la questione al dibattimento degli uditori.
Il duca Francesco Sforza, alzatosi dal suo banco e coprendo della propria la voce di molti altri che sorgevano per parlare, si mise con molto impeto contro all'opinione dello Zimmermann.
—Io, che sono italiano, cominciò a dire, che vedo il vantaggio della patria mia, e lo vedo con chiarezza perchè lo sento con ardore, dirò qualche parola su questo soggetto. Adriano, chiamando Carlo, non provvide che a se solo, senza avere un pensiero al mondo del resto d'Italia. I Longobardi conquistando il territorio romano, e distendendosi sulla parte massima d'Italia, l'avrebbero a lungo unificata; però Adriano intercettò la via all'opera del tempo, troncando in un colpo tutti i fili delle speranze avvenire. Tutti i mali onde oggidì è tormentata l'Italia, sono conseguenza dell'improvvida risoluzione d'Adriano. Su di me, sul popolo mio che mi fu tolto pesano da anni codesti mali gravissimi, e però più di tutti posso misurare l'abisso profondo dove un uomo, d'altronde santissimo, gettò pel corso di secoli un'intera nazione.
—I Longobardi, gli obbiettava lo Zimmermann, mantenevano in uno spavento continuo non solamente Adriano, ma quella parte di popolo affidata alla sua custodia. Egli era dunque in obbligo di provvedere alla felicità del suo popolo; in prima è necessità rimovere il danno presente, dopo si può anche pensare al vantaggio futuro. Che dalla maggior conquista de' Longobardi potesse scaturire un futuro bene, è una facile illusione, ma chi ne avrebbe mallevato Adriano? e doveva intanto permettere che il suo territorio fosse messo a ferro e fuoco?
—Che lo dovesse non lo penso; ma se non aveva altro mezzo per istornare la violenza, che di chiamare i Franchi in Italia, dico il vero, avrei voluto il suo danno, che di questo sarebbe venuto gran frutto alla maggior parte dei suoi contemporanei, immenso a tutti i suoi posteri e a noi. E s'io ne porto la convinzione, bisogna bene che la verità mi faccia forza, non il solo interesse; giacch'egli è chiaro che se Italia, per opera de Longobardi si fosse fusa in un gran tutto, io forse non sarei stato più che un individuo della gran massa della nazione; nè la famiglia Sforza mai avrebbe assunta la dignità della dinastia nè le alte virtù dell'avo mio mai sarebbero comparse al cospetto del mondo; nè io adesso mi affannerei per un diritto, dal cui riacquisto e dalle cui conseguenze forse mi verrà alcuna gloria. Ma prima di me, unità impercettibile, metto il vantaggio delle centinaja di migliaja, e sempre sosterrò che la calata di Carlo fu la prima, l'unica, la fatale causa della rovina d'Italia, e che se i Franchi non l'avessero toccata allora, i Francesi non farebbero adesso così atroce strazio del mio buon popolo.
Il dibattimento si protrasse per assai tempo; chi stette pel dottor Zimmermann, chi pel giovane duca, il quale questa volta più che di forza logica e di argomentare sicuro e conseguente, die' segno del grande e sincero amore onde amava la sua terra, e come in ogni occasione fosse sempre così preoccupato del pensiero di lei, che le questioni le vedeva sovente da un unico lato.
Così anche quel giorno la lezione del dottor Zimmermann si chiuse, e gli uditori uscirono dall'aula a patto di portare la volontà di discutere anche fuori dell'Università.
Di questa guisa tanto il duca Sforza che la Bentivoglio, l'uno tentando colle occupazioni d'ogni maniera di frenar l'impazienza che da anni lo rodeva, l'altra di smarrire l'antico affetto in un entusiasmo più vasto e più generoso, stavano attendendo venissero altre notizie d'Italia le quali, si lusingavano, avessero ad esser le risolutive. Ma passò il gennaio e quasi tutto il febbraio. Soltanto in sullo scorcio di questo mese, quando il duca Sforza, venendo dall'Università entrava nella sua casa, trovò il solito corriere d'Innspruck che aveva lettere d'Italia appunto. Erano presenti il nipote del Sion e alcuni Milanesi della parte ghibellina. Lo Sforza apre le lettere in faccia a loro stessi; una era del Morone, l'altra del Palavicino. Scorsole di volo per vedere ciò che contenevano, le rilesse poi ad alta voce pieno di esaltamento.