Dicevasi in quelle lettere, che i fatti eran maturi finalmente, che mentre Leone e Carlo stavan per mettersi d'accordo e per unire le loro forze contro Francia, tornava indispensabile coglier l'occasione che gli animi nel ducato di Milano fossero inaspriti contro il governo, e con un'impresa ardita prevenir l'opera stessa dei due alleati. Lo si assicurava che congiungendo le soldatesche del Palavicino alle sue, siccome tali forze unite venivano rinvalidate dall'entusiasmo dei molti Milanesi ch'entravano a farvi parte, presto sarebbesi messo il governatore di Milano a malissimo partito.

Aggiungevasi poi che una tale impresa, comunque fosse andata, sarebbe sempre stata di vantaggio, non mai di danno; giacchè se falliva il primo colpo, si sollecitavano con ciò i soccorsi dell'Imperatore e del papa, i quali parevano tardar troppo a risolversi; se poi la buona volontà avesse trovata la fortuna corrispondente, tutte le esitanze si sarebber tolte di mezzo, e il fine avrebbe quandochessia coronato il principio.

"Da quest'ora, così chiudevasi la lettera del Palavicino, non più colle parole ma coi fatti verrò a darti prova dell'amicizia che da tanti anni mi lega a te, duca Francesco. Io confido che in poco di tempo tu sarai restituito a Milano, dove tutto il popolo oramai ti desidera ardentemente. Quando considero che la fortuna, mentre non mi ha mai giovata in nessuna mia cosa, sempre in quest'ultimi anni mi si mostrò seconda ne' tentativi fatti in pro della patria e di te, con tutta ragione dobbiamo sperar tutto da quanto stiamo adesso per imprendere. Se tu udissi in questo momento le proteste, i voti, i giuramenti dei tanti Milanesi che mi stanno d'intorno, certo ti loderesti d'essere stato per sì gran tempo da essi dimenticato, se una tale dimenticanza doveva essere susseguita da così vivo fervore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Stando dunque a quanto ti ha detto il Morone, i cui pensamenti sono sempre i più diritti, in breve io sarò presso di te per le necessarie disposizioni. Sul lago di Como, le mie genti condotte dal conte Mandello, che, vedendo il bisogno, s'è fatto il più perfetto gentiluomo e soldato d'Italia, si uniranno alle tue condotte da me, se ti par bene. Per verità che se avessi a guidarle tu stesso, l'impresa sarebbe forse più sicura; ma la tua vita non deve ancora esser messa a pericolo…. lo vuole la necessità…. del resto non mancherà tempo. Aspettami dunque."

Questa lettera fu mostrata anche alla Bentivoglio, la quale, sebbene più volte avesse udito dire che il Palavicino sarebbe anch'esso capitato in Germania, pure ne fu molto sorpresa quando sentì dovervi giungere infallibilmente e tra poco tempo. Tuttavia, in faccia allo Sforza non fece atto, nè disse parola che svelasse menomamente la sua commozione; bensì, alcuni giorni dopo, considerato che rimanendo in Augusta non le sarebbe mai stato possibile scansare di trovarsi col Palavicino, nè sentendosi forte abbastanza da sopportarne la presenza, disse allo Sforza che gli bisognava recarsi a Monaco per poco, e vi si recò infatti.

CAPITOLO XXXIII.

In questo mentre, Manfredo Palavicino tornato a Reggio, ad onta della prostrazion d'animo in cui necessariamente avealo gettato il caso funesto, colla maggior sollecitudine aveva atteso ai preparativi per l'impresa. Non gli era però stato possibile uscir subito da Reggio, giacchè, quando ogni cosa fu disposta, la città ebbe a difendersi ancora dagli assalti de' Francesi, a proposito dei quali, di buona voglia rimettiamo il lettore al Guicciardini che li raccontò a lungo e per minuto.

Con maggior interesse ci occupiamo invece di quegli avvenimenti che, sebbene di un'uguale ed anche di una maggiore importanza, pure sono appena accennati, e come di gran fretta, nella storia e nelle cronache, o taciuti spesso non appajono che sottintesi, e de' quali in ogni modo la netta cognizione non risulta che dalle lunghe letture e dai diligenti confronti di molti libri. Più che amplificare i racconti della storia può tornar vantaggioso il cercare d'empirne le lacune, e a questo abbiam volte le nostre intenzioni.

Appena dunque il Palavicino ebbe sgombro il passo, accompagnato dal Corvino e da pochi altri, si pose in cammino per la Germania, mandando prima al duca Sforza, per que' mezzi di comunicazioni praticati dal Morone dopo la sua andata in quel paese, la lettera che noi già conosciamo. Lungo il cammino si recò dal Figino più sopra nominato, signore del castello in sull'Adda. Gli parlò del gran conto che per voto comune erasi voluto fare di lui, gli espose per minuto il disegno da seguirsi ad ottenere il gran fine a cui tutti da poco tempo miravano con grande ardore, e prese con lui gli opportuni concerti per la gente da ricovrarsi temporariamente nel suo castello. Il Figino, il quale appena seppe tentarsi qualcosa contro Francia, aveva mandato dire al Palavicino, di cui era amicissimo, non voler per nessun conto far l'ultima parte nell'opera comune; ben grato dell'illimitata fiducia, rispose che da quell'ora egli, i suoi, le sue ricchezze erano a disposizione di lui e dello Sforza, però procedesse con coraggio, che non gli sarebbero mai mancati soccorsi.

—Io poi, gli disse in ultimo, terrò d'occhio il corso dell'Adda e del lago, e da qui a Chiavenna, in varj punti, porrò uomini fidatissimi, pei quali rapidamente ci possa giungere la prima notizia della tua comparsa, e così io, il Mandello e la gente ti moviamo incontro senza perder tempo. Mi pare che tutto sia disposto con ordine, onde si può sperar bene.

—Nel tempo che il Mandello starà qui, istrutto com'è d'ogni minima cosa, istruirà te pure e tutto riuscirà facile. Ho pochissimi timori e grandi speranze, conchiuse finalmente il Palavicino. Presto dunque ci rivedremo.