Così, rimessosi in viaggio, non si fermò più che oltr'alpi.
Una sera il duca Francesco Sforza, nell'ora che, lasciato da tutti i suoi, era solito ritirarsi a studiare per gran parte della notte, mentre appunto stava pensando al troppo lungo intervallo che passava tra la lettera ricevuta e l'arrivo del Palavicino, ode un insolito scalpito di cavalli nel cortile. Si alza da sedere per uscire a sentir chi fosse, quando i servi, entrano nella stanza:
—Eccellenza, gli dicono, è giunto il marchese Palavicino, e sale adesso le scale.
Il giovane Sforza, agitato da una vivissima commozione, muove allora incontro all'ospite, il quale gli si affaccia dal vestibolo.
Il rivedersi di due amici, dopo molti anni d'assenza, di due veri amici che sian cresciuti insieme, a cui tutti i rapporti della vita, dell'età, delle opinioni, delle sventure, dei timori, delle speranze abbia mantenuta inalterabile l'affezione, è un istante di ben forte interesse. Quantunque io abbia udito dire, non esservi cosa sotto il sole che mai possa raggiungere il gaudio di due amanti, i quali si riabbraccino dopo lungo intervallo, tuttavia porto opinione, che nell'incontro di due amici ci sia alcun che se non di più ardente, certo di più dignitoso, di più solenne, di più profondo. Due uomini che si conoscono, che si stimano, e che per un gran fine sospirato a lungo, dopo pericoli gravi, si trovano insieme finalmente e la mano dell'uno sta stretta in quella dell'altro…. è e sarà sempre uno spettacolo innanzi a cui non potrà rintuzzare la commozione neppure il più scettico uomo…. Nell'incontro di due amanti invece un tal uomo troverebbe quanto basta per fare un epigramma….
Stretti adunque per mano il Palavicino e lo Sforza, si ritrassero, dopo alcuni momenti, fuori degli altrui sguardi, e liberarono alfine la parola che in sulle prime non avea voluto uscire.
—Così io ti rivedo, o mio Manfredo, disse lo Sforza, ti rivedo abbattuto dalle tante sventure che hai subite per me, narrandomi le quali, il Morone mi fece tremare e fremere, sebbene te ne sapessi uscito oramai. Però m'accorgo che sul tuo volto i tempi calamitosi hanno lasciato la loro impronta. E per verità che mi sembri assai dimagrato, tanto che, a tutta prima, se non fossi stato avvisato, quasi non t'avrei riconosciuto.
—Se non v'è altro che il pallore e la magrezza, ti assicuro che ciò non mi dà nessun pensiero. Del resto da qui a qualche anno avrò tempo di metter l'adipe anch'io…. Sei mesi ancora di gran faccende e d'altri pericoli, se vuoi, poi tutto tornerà nell'ordine antico, e allora toccherà a te.
—Dio faccia che tu sia indovino infallibile, ed io possa davvero affaccendarmi dì e notte pel maggior vantaggio del mio buon popolo e della mia cara città. Pure in tutto questo tempo, se mi furono impossibili i fatti, col pensiero m'affannai sempre in cerca del modo di ristorare, e per sempre, i poveri Milanesi, da così lunghi patimenti, e di spargere dappertutto una felicità che debba esser duratura, e tanto più volontieri io vi attesi, in quanto era sicuro che il mio Manfredo me ne avrebbe aperta la via. La più importante, la più ardua, la più gloriosa opera fu rimessa dal destino nelle tue mani…. ma della gratitudine ond'io ti pagherò, spero che tutti ti pagheranno.
Manfredo non rispose, e strinse di nuovo la mano dello Sforza che si tacque.