—Ciò è chiaro… ma io non ne voglio udir altro, e tu non parlarmene più. A quel che avvenne non è rimedio, e i rimpianti e i rimorsi tornan sempre inutili se non dannosi. Se dunque i morti non si ponno risuscitare, pensiam piuttosto a consolare i vivi. Ti ho dunque a dire che la Bentivoglio è sconsolata.
Manfredo tacque.
—Benchè in tutto questo tempo ella siasi fatto forza, e la sua virtù abbia potuto assai, pure non potè abbastanza perch'io non le leggessi in cuore.
—E che diceva?
—Nulla diceva; operava in vantaggio e di me e d'Italia e dell'impresa comune, e nel suo segreto intanto gemeva continuamente. Sai tu poi, perchè da venti giorni siasi partita di qui?
—Non lo so.
—Le mostrai la lettera, dalla quale appariva che tu eri per venir qui tra brevissimo tempo; però ti ha voluto scansare: ecco tutto.
—Ciò era più che naturale a quella virtuosa donna; ella non poteva che comportarsi così. Ma ora io ti domando cosa si abbia a fare?
—Non c'è da almanaccar tanto, mi sembra, scriverò io stesso alla Ginevra. Le dirò…. le dirò quello che tu medesimo le diresti, se non che sarò più chiaro e meno impacciato; la porrò a parte, giacchè tutti gli ostacoli son caduti, d'una mia volontà che è pur la tua e quella di lei, se non mi inganno. Così, per il primo io avrò la consolazione di vedere, dopo sì lunghi affanni, contenti e te e lei finalmente. Questa disposizione di cose m'è d'un felicissimo augurio. Noi tre che ci conoscemmo tanto giovani, che fummo improvvisamente divisi da un colpo terribile, e immersi nei più tremendi guai, del corso medesimo delle cose ci troviamo adesso riuniti, e il prossimo avvenire ci si rischiara dinanzi confortandoci di mille promesse. Che te ne sembra a te?
—Lo stesso; ma tornando alla Bentivoglio, non mi parrebbe cosa benissimo fatta l'avvisarla per lettera; piuttosto troverei conveniente il fare una gita a Monaco.