Il Corvino volgendosi allora, e udendo l'invito:
—So che in Italia, disse, il Bandello attende a scriver novelle curiosissime e interessanti, però, se vuol far fortuna, dovrebbe prendere ad argomento la vita mia, quando per altro non tema di esser tacciato d'inverosimiglianza. Del resto i fatti son fatti; nato ricco, divenuto povero, virtuoso per istinto, ribaldo per convenienza, un tempo notaio dei vendarrosti e dei pubblicani quantunque fosse in una capitale; passato poi, per un gran calcio della fortuna in diplomazia, veduti e raggirati dei cappelli cardinalizi in gran numero, e corone quando non bastarono i cappelli, e trovatomi a quattrocchi col papa. Adesso finalmente viene sua eccellenza il duca Francesco Sforza, il duca della mia città medesima, che pareva calato in fondo, e veniamo a ripescare, il quale, di ragione e per amor vostro ora sarà per darmi grandissime lodi, che io accetterò con molta dignità. Vi assicuro, o marchese, che i posteri, dato che il mio nome possa mai rotolare ai posteri, dureranno gran fatica a percorrere con me codesto labirinto, nel quale il filo di Arianna mi giovò tanto bene; ma se il vero non è vero, non so più cosa dire.
Il Palavicino, il quale, ad onta di tante cure, era però abbastanza ben disposto per le nuove speranze, rise di cuore a queste celie dell'Elia, e lo condusse innanzi al duca.
Questi, dopo le prime parole, entrò col Corvino a discorrere di ciò che avrebbe dovuto fare viaggiando per le Fiandre, e rimase tanto maravigliato dei consigli e delle considerazioni di lui, che, alla fine, voltosi a Manfredo:
—Se di questa tempra d'uomini, disse, ci fosse meno scarsità nel mondo, certo le cose camminerebbero di miglior passo.
Del resto le prime ore che Manfredo e lo Sforza passarono insieme in quella notte dopo tanti anni, sia per le cagioni reali che li esaltava, sia pel conversar vivo e brioso del Corvino, furono al certo le più liete della loro vita, e per parte di Manfredo tanto più liete, in quanto pensava che gli era concesso finalmente di poter trasfondere quella giocondità medesima in chi per lui aveva tanto patito.
La Bentivoglio, ritrattasi in Monaco, aspettava intanto, prima di ricondursi ad Augusta, che il Palavicino venuto ad abboccarsi col duca Francesco Sforza e ricevuto il comando delle sue genti, tornasse in Italia. Come le costava però quel sagrificio ch'ella medesima s'era imposto, di non vedere mai più il marito della duchessa Elena! Come invece i movimenti spontanei del cuore la portavano a far tutt'altro! E quante volte anche in quell'anima virtuosa ed ingenua sorsero pensieri di gelosia furente e d'odio inesorabile contro la signora di Rimini; quante volte, nell'esasperazione di una passione, a cui non sapeva dare uscita in nessun modo, proruppe a maledirla, benchè con subito pentimento. Sorsero persine de' propositi di vendetta, fuggitivi bensì come il pensiero, ma sorsero; e la verità ci costringe a dire che in quegli ultimi giorni s'era messa nel suo sangue un'acredine, un'asprezza, una così procellosa disposizione, da renderla quasi intollerabile a chi l'avvicinava; e noi teniam per fermo, che se mai fosse durata codesta condizione di cose, la mite, la nobile sua indole avrebbe subita una tale modificazione, da farla parere pel resto della vita tutt'altra donna; tanto può un desiderio nutrito a lungo e con ardore continuo, e non appagato mai!
Ma un giorno le fu annunciato che il duca Francesco Sforza, venuto a
Monaco espressamente per lei, chiedeva di vederla.
Com'è ben naturale, ella il fece entrar tosto.
Alla Bentivoglio, che in quel momento era tristissima, parve fosse il duca d'un umore, oltre il solito, giocondo; tanto giocondo, da generare in lei un certo dispetto che non bastò a dissimulare.