—In mille anni, cominciò a dirle il duca, mai non sapreste indovinare, o Ginevra, il motivo della mia venuta a Monaco, e perchè adesso stia qui.
—E di fatto, come lo potrei, eccellenza, se non ne ho il filo?
—Io non so se quanto vengo a proporvi potrà essere ben accetto; tuttavia parlerò, e quando la parola sarà uscita, dell'effetto risponderà la fortuna.
—Ma e che mai avete a propormi, eccellenza?
—Per dir vero mi sembrate sì mal disposta, che quasi sarei per prorogare ad altro giorno il mio mandato; che cosa dunque ho a fare? ditemelo con tutta la libertà; se volete, parlo, se non volete, taccio.
—Quantunque io sia ben trista, o duca, pure non saprei mai perdonare a me stessa se mi bastasse l'animo di rifiutarmi ad udire le cortesi vostre parole.
—Dunque parlo.
—Sto ad ascoltarvi.
Il giovane duca, che per verità era più del solito lieto, diede di volta per la camera ridendo, poi fermatosi in faccia a lei.
—È da un pezzo, Ginevra, che mi giungono all'orecchio dei lamenti intorno alla vostra vedovanza…