La Bentivoglio non rispondeva, chè il tumulto dell'animo le toglieva ogni forza. Ma il duca continuava:
—Se me lo permettete, esco dunque un istante, perchè l'amico mio sta attendendomi con quell'ansia che potete immaginarvi, onde sarebbe una vera crudeltà il protrarre più a lungo la sua aspettazione. Siate dunque forte, ed attendeteci ambidue.
Così la Ginevra rimase ancor sola finchè il duca ritornò col Palavicino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La Bentivoglio, durante il tempo che dimorò in Germania, aveva ricominciato un carteggio con una sua amica di Bologna, una Giulia Aldrovandi, carteggio interrotto fin da quando era partita da Milano.
Ultimamente avendo veduto in Roma il fratello dell'Aldrovandi, e sentito da lui come l'amica desiderasse ardentemente sue nuove, le scrisse di fatto prima di recarsi a Trento; la qual cosa continuò a far poi, che il mezzo di mantenere una tale corrispondenza e di far ricapitare le lettere erale agevolato dai molti che viaggiavano in Italia.
Siccome il tempo intercorso dall'arrivo del Palavicino in Germania al suo ritorno in Italia non fu gran fatto ricco d'avvenimenti, quando si eccettui l'affaccendarsi di Manfredo per raccogliere e condurre con sè quanti Lombardi trovavansi nelle Fiandre, ma invece, tanto per parte di lui, che della Ginevra, fu tempo di calma, di riposo, di soddisfazioni tutte intime: così a compire un tale intervallo riporteremo taluna delle lettere stesse della Bentivoglio, che meglio delle nostre parole può valere a riprodurre quello stato di vita.
Augusta.—21 marzo, 1521.
A GIULIA ALDROVANDI.
"Al tuo desiderio d'aver notizie di me e da me stessa, dopo tanto tempo, io ho adempiuto e con mia grandissima soddisfazione, ma più per amor tuo però, affettuosa Giulia, che per desiderio ch'io avessi di versare in altrui que' dolori onde, con tanta insistenza e crudeltà di fortuna, io fui tormentata. Quei dolori in parte tu li conoscevi, e dal fratel tuo seppi di quanta compassione tu mi fosti cortese, e quanti voti tu facessi per me continuamente; pure l'ultimo e il più terribil colpo a te non era noto. O amica mia, esso fu così acuto, così straziante, così insopportabile, che se taluno mi dicesse, che un altro simile mi attende, nell'avvenire, ben di gran voglia io rinuncerei a questa vita, sebbene adesso versi in quell'estrema gioia, onde troppo rare volte gli uomini possono confortarsi. Oh sì, tanto è immenso il gaudio mio presente, quanto fu immenso quell'affanno. Allora perduto per sempre quanto più desideravo nel mondo, e perduto quando appunto mi confidavo d'averlo acquistato alla fine; ed ora nell'assoluto possesso di lui, mentre un istante prima tutto mi convinceva d'averlo per sempre perduto. Ben ti accorgi ch'è di Manfredo ch'io ti parlo. A te sarà noto l'ultimo fatto pel quale è rimasto libero di sè; ora sappi, ch'egli è venuto in Augusta, ch'è venuto e cercar me, che tutti gli ostacoli furon tolti di mezzo, e che domani, nella cattedrale di Augusta, io sarò benedetta moglie di lui. Ultimamente, nel darti ragguaglio delle mie sventure lunghissime, de' miei dolori, della mia disperazione, quasi avea rimorso di venire con racconti lugubri a intorbidare la tranquilla tua vita; ma provo un'immensa soddisfazione adesso considerando che la mia possa alla fine perfettamente armonizzare colla tua. In questo istante medesimo in cui attendo a scrivere queste parole, nella camera dove io sto, odo la voce sonora del mio Manfredo che sta parlando dell'impresa che tu sai; e mentre provo certa sensazione da non potersi mai esprimere, rivolgendomi al passato, e considerando in che desolata condizione io mi trovavo un anno fa solamente, non so quasi persuadermi che quanto mi sta d'intorno e vedo e sento e tocco, sia vero e reale, e lo stesso Manfredo che mi è sì vicino, e in questo punto io mi volgo a contemplare, quasi sospetto non sia più che una fuggitiva immagine della mia fantasia ardente. O mia Giulia! a te son note le oscillazioni tutte quante dei mio cuore adolescente, quando fanciulla a te fanciulla comunicava i primi trasporti del cuor mio di subito infiammato. Che desiderj io facessi allora, di che speranze, di che illusioni andassi in cerca tu lo sai. Ebbene ora tutto è compito, e d'altro non mi affanno che di concentrarmi in quest'unico punto della vita, a cui vorrei perpetuamente fermarmi. Poche ore dunque, e il Palavicino sarà mio marito, e ciò ti ripeto perchè lo annunci in Bologna a quanti più puoi; che dell'esser fatta consorte a questo generoso lombardo, a quest'orgoglio dell'anima mia, io ne ho tale esaltamento, che vorrei fosse narrato dalla Fama a tutto il mondo. Per oggi basta; ti scriverò ancora tra breve in occasione che il legato danese verrà in Italia e passerà per Bologna. Addio."
Altre lettere avremmo qui da riprodurre ma basterà questa in data del 6 maggio, che è la più breve e come la riassuntiva delle gioje tranquille in cui, dopo tanta procella, si riposarono per poco Ginevra e Manfredo.