Aquisgrana.—6 maggio, 1521.

"Al legato danese che abbiamo atteso in Augusta un pezzo, ci siamo incontrati qui in Aquisgrana, però consegno a lui questo letterino per te. In questi due mesi io, Manfredo e il duca Francesco Sforza, che sempre si è degnato di stare con noi, abbiam percorsa la parte più bella della Germania. La stupenda vista di città, di castella, di fortezze, di cattedrali insigni; la primavera ridentissima lungo le sponde del Reno, i tortuosi giri della Mosa che secondammo in questi ultimi giorni, tutto concorse ad accrescere l'alacrità delle anime nostre. C'incontrammo in molti Italiani, dei quali per dir vero andavasi in cerca, e di cui la maggior parte stanno adesso con noi e si son messi sotto gli ordini di Manfredo. Confido che i voti che noi già facemmo, fanciulle ancora, quando ci costò tante lagrime la misera fine di Gliceria nostra così atrocemente offesa e tradita [1], si compiranno alla fine. Tutto volge ad un punto, e pare che gli ostacoli cadano l'un dopo l'altro quasi per volontà superiore. Stamattina fui nella cattedrale di Aquisgrana, ho veduto il teschio di Carlo Magno, ho toccato la sua pesante gioiosa, e mi par d'essere più che donna. Domani ci rimetteremo in viaggio per Augusta…. di là per l'Italia. Partiamo quasi soli, ora siamo in una truppa tra Lombardi ed altri d'Italia…. Addio; non ti scriverò più se non dopo l'esito dei primi tentativi. Addio di nuovo."

[1] Vedi, cap. IV.

CAPITOLO XXXIV.

Il passo della Spluga, oggidì percorso e ripercorso da infinito numero di viaggiatori, oggetto di visite frequenti a chi, per diletto, percorso il Lario sin dove l'Adda vi si mesce col suo torbido gorgo, voglia dilungarsi in cerca di spettacoli insoliti, ne' tempi andati non era noto più che di nome e da pochi, e non praticato da viandante alcuno, se non da contrabbandieri, da fuggiaschi in cerca di un varco qualunque, e da rari cacciatori. Però, se anche oggidì, a malgrado gli sforzi dell'arte tutta intenta a correggere la natura, e che di certo vi ha operato prodigi, è tuttavia così arduo e selvaggio, torna facile il figurarsi come dovesse presentarsi un tempo a chi per caso e per necessità e per sventura vi si fosse innoltrato. Non vie, non ricoveri, non traccia nessuna che potesse in qualche modo scemarne il terribile.

Le nevi che qui cessano in maggio per ricominciare in settembre, non si dileguano mai così che non ne appaja vestigio anche nell'estate; nella quale stagione, quando si giunga la vetta, i rigori del freddo superano talvolta i geli degl'inverni lombardi. Torbidi vapori agitati dalla continua tramontana, addensantisi spesso in negre nubi, avvolgono quasi sempre i passi del viandante che si spicchi fin là, e che soffermandosi, avvolto nel pesante mantello, assiste quasi ad operosa officina, dove la natura nel suo più squallido aspetto sta apprestando nubi per la prossima Lombardia. Qui silenzio vasto, profondo, perfetto, pur talvolta interrotto dal súbito gracchiare de' corvi volanti a torme di centinaia attraverso le nubi, o dal gemito prolungantesi della borea, o dalla frana che, staccatasi per repentina frattura, con fragor cupo si precipiti a valle, ridestando per poco i profondi echi.

L'uomo in questa regione trova pericoli altrove ignoti, e quando la neve comincia a cadere, può talvolta venir soffermato a mezzo del cammino dall'influenza letale della _bisa e della tormenta_, che dalle gole soffiando ad avvolgerlo nel suo gelo, gli fa d'improvviso piegare i ginocchi e cader seduto, e lentamente lo uccide, nel seno stesso del più profondo sopore, senza che vi sia apparenza di patimento. E nei tempi in cui non era qui traccia alcuna d'abitazione umana, il solengo veniva ad opprimere anche l'indigeno che da più dì non avesse udito alcuna voce, nè trovato orma d'esseri viventi.

Nel giugno dell'anno con cui cammina la nostra storia, un cacciatore armato di balestra che per alquanti giorni inutilmente era stato in cerca di corvi, tornando da Vhò alla Cima, per discendere nella Svizzera, sentivasi oppresso appunto da quella sensazione particolare che mette nell'uomo la solitudine prolungata. Passando a volo di roccia in roccia, pareva quasi fuggisse spaventato da sè medesimo, finchè giunto al colmo della montagna, si fermò un istante a contemplare rari sprazzi di raggi solari che attraversando globi di vapor denso vi producevan le tinte dell'iride; ma in quel punto, cessato il suono della sua pedata, da lontano, dal basso gli giunse all'orecchio un rumore insolito, continuo, che pareva avvicinarsi di minuto in minuto. Il cacciatore, avvezzo alla voce dei venti e all'altre delle alpi solitarie, non indovinò da che quella provenisse, e dalla vetta a salti affrettò la discesa. Più calava in giù, più il rumore cresceva, e veniva anzi a fondersi in più rumori diversi. Gli parve infine fosser voci di viventi, favelle d'uomini, nitriti di cavalli; affrettò il passo più ancora; gli si scoperse alla fine una numerosa schiera d'uomini, che, preceduti da più guide, s'affannavano a guadagnare il sommo della montagna.

Era la gente condotta dal marchese Palavicino.

Il cacciatore, ignaro di quanto avveniva oltre il circolo delle sue corse quotidiane, maravigliava a veder tanti armati spingersi per quelle erte dove, a sua memoria, mai non avea veduto torme d'uomini che non fossero di contrabbandieri. Porgeva attento l'orecchio, e misto al linguaggio della Svizzera tedesca, che era il suo, udiva parlarsi una lingua che gli giungeva più piana, ma ch'egli punto non conosceva. Passando presso le guide, e da queste interrogato in tedesco, lor rispondeva di conformità, ma non ottenne da lor risposta quando chiese qual gente fosse quella che conducevano; e però discese oltre curioso e impaziente di raccontare quanto aveva veduto. Infine il rumore che prima dal basso era salito a rompere il silenzio che lui circondava in alto, si dileguò lontan lontano, sinchè l'ultimo suono gli sembrò venire dal colmo della montagna. La gente del Palavicino erasi allora infatti, con prolungate grida di gioja, fermata alla cima della Spluga a riposarsi per poco della faticosissima salita.