Col nipote del Sion, coll'Elia Corvino, con forse un cento Lombardi, con altrettanti circa d'altri luoghi d'Italia, trovati in diverse parti della Germania o fuggiaschi volontari, o banditi forzati, desiderosi tutti d'un repentino mutamento di cose, con più d'un migliajo tra barbute svizzere e spadoni olandesi, e d'altri raccogliticci di Germania, Manfredo erasi partito poco tempo prima da Augusta dove il duca Francesco Sforza aveva ricevuto il giuramento di tutti. Partito con poco apparato, e facendo camminare gli uomini d'armi a sparsi e lontani drappelli, per non dar troppo a parlare altrui, di paese in paese venuto a Costanza, e pel lago entrato nella Svizzera, s'era di preferenza volto alla Spluga, come al passo noto a pochi, da nessuno praticato, e pel quale, scansando il pericolo che le voci assai prima del tempo annunciassero i tentativi, poteva d'improvviso, e quand'altri meno sel pensasse, toccar le sponde del Lario.

Tutto il viaggio da Augusta a Costanza, e da qui a Coira gli era riuscito ben comodo; ma tra gli orridi passi della Via-Mala penò molto a frenare le soldatesche insofferenti dell'eccessivo disagio, e dovette loro promettere doppia paga sintanto che non si fosse giunti al lago. Ciò per altro bastò perchè tutti si rimettessero in cammino di gran voglia, tentando dissimulare sotto le apparenze dell'allegria la fatica che in vero riuscì insopportabile nell'ardua salita dal paesello di Splügen alla vetta del monte. Per ciò furono costretti a riposarvisi, sebbene i gelati buffi del vento e gli umidi vapori lor facessero ingratissima quella fermata, tanto più incomoda in quanto giungeva inaspettata.

È un fenomeno strano, per chi valica la Spluga in estate, il passare in poche ore per tutte le temperature delle quattro stagioni dell'anno, e dopo avere alle falde ansato pel caldo, respirare a mezza costa, per rabbrividire di gelo pochi momenti dopo.

Con tutto ciò copertisi alla meglio gli uomini del Palavicino trovarono qualche sollievo nel riposo, durante il quale chi s'affaccendava intorno a cavalli mezzo ammaccati dalle frequenti cadute, chi a forbir l'armi, e ad avvolgere entro paglia quelle da fuoco onde non fosser guaste dall'umidità eccessiva, chi ad altre cose. Il Palavicino attendeva intanto a dar parole e lodi e incoraggiamenti e promesse a tutti, rivolgendosi ogni tanto alla Ginevra, che di forza, quantunque molti le avessero consigliato di fermarsi in Augusta fino ad opera compiuta, aveva voluto accompagnarsi seco, prontissima ad incontrare nuovi pericoli ed a sopportare nuovi dolori.

Fatto sosta una mezz'ora, si cominciò la discesa della montagna. Sino a Tegiate camminarono senza disagio, il quale si fece gravissimo alla precipitosa costa delle Acque Rosse, e continuò fin sotto a Pianazzo. Qui lo spettacolo della grande cascata li soffermò alquanto. La Ginevra volle discendere con Manfredo di greppo in greppo ad osservare dall'imo fondo l'effetto di quelle acque che, precipitando dalla sommità del monte, fanno tale illusione, che pare si gettino dal cielo. Ripreso il cammino, toccarono Campodolcino qualche ora dopo dov'ebbero assai facile la via, e verso sera si trovarono nella valle San Giacomo. Il Palavicino udendo dalle guide che poco mancava ad esser fuori di quegli ardui sentieri e a toccare il piano, e che poco lungi era il lago, cominciò a sentire gli effetti di una commozione vivissima, di cui trapelavano i segni nell'acceso calore che gli copriva la parte superiore della faccia. Camminando in disparte degli altri, e allontanatosi dalla Ginevra, fisso in un pensiero unico, guardava macchinalmente il fiume Liro che tra immense frane impedito discende e cupo romoreggia, e le cime altissime de' monti da cui le nevi disciolte nella state si versano in cascate e cascatelle innumerevoli, le quali danno alla valle una voce particolare, potente, nella sua grave monotonia, a vincer l'anima di mestizia profonda. Manfredo, benchè avesse l'animo a tutt'altro, pure, senza cercarlo, sentì quell'influsso. In una tale disposizione, il suo coraggio, che da tanto tempo gli confortava le speranze, dileguò, e fu improvvisamente assalito da timori insoliti, da una sfiducia che lo confuse.

Pure di quei timori neppur uno era per sè; eran tutti pe' concittadini, per la patria, per lo Sforza. Se fosse stato sicuro che la sua vita avrebbe comprato in un subito la felicità di tutti, egli ne sarebbe stato ben lieto quantunque l'esistenza dovesse pure essergli cara dopo che la Ginevra stava con lui. Ma temeva che fallendogli il primo tentativo potesse mai crescere il danno comune, e considerando d'avere sulle proprie spalle tanta responsabilità, e che il ben essere di tanti uomini stava per poco nelle sue mani, tremò. Come era nobile quel timore! come quella sfiducia era generosa!

E a tal punto non possiamo a meno di esternare la nostra maraviglia per le poche e sterili parole onde gli storici accennarono di questo giovane uomo, più che ne trattassero. Per ciò se il presente lavoro, che or volge al suo fine, ci lasciò pentimenti molti e ben scarsa soddisfazione, ci conforta almeno di aver tentato di evocar dal passato questa bella figura che soffrì, che operò, che senza mira nessuna di vantaggio per sè stesso, e vita e averi ed ogni sua cosa ed ogni suo bene consacrò alla causa che il suo convincimento gli mostrò essere la nobilissima di tutte.

Quando si considera che volumi innumerevoli furono gettati alla moltitudine ammirata per narrare la vita d'uomini che sconvolsero popoli e Stati e allagarono il mondo di sangue, non d'altro vigili che dell'utile proprio, e convinti di essersi compri il diritto di far servi gli uomini tutti a sè soli; e che poi, a sommare tutte le parole di molti storici, non esce un quarto di pagina per toccare di chi pur vivendo ed operando al pubblico cospetto, possedette la virtù vera, la virtù senza l'egoismo; ci assale un'amarezza invincibile, un'amarezza così sconfortante da travolger persino i nostri giudizi, da comandar quasi anche a noi medesimi la noncuranza comune. Se non che un pensiero più indipendente sorvola agli altri e li fa tacer tutti, e il desiderio di convivere a lungo cogli uomini rari e dimenticati, narrando di loro quel che gli altri tacquero, diventa un così forte bisogno, da costringerci a tentar l'opera, anche nella certezza che nessuno vorrà accostarvisi.

L'amicizia basta a sè medesima. Un uomo nella compagnia di un altro, di cui senta profonda la stima, trova una soddisfazione anche fuori degli sguardi e dell'attenzione altrui; però chi scrive si accompagnò e accompagnerà il Palavicino fino al termine prefisso, con questo pensiero, incurante di tutto il resto.

Giunto fin quasi all'ultime falde, dove la via si distende entro seni, il Palavicino pensò di fermarvi come a campo la sua gente, e affidatala temporariamente al governo di alcuni Lombardi sui quali potea fare appoggio, in compagnia della Ginevra, d'una Perugina che la seguì per servigio, dell'Elia Corvino e d'un fantaccino, se ne venne verso Chiavenna. In questa città, un amico di quel Figino a noi ben noto stava, secondo l'intesa, in aspettazione del primo arrivo del Palavicino, per mandar tosto a darne avviso al castello del Figino medesimo affinchè il conte Galeazzo Mandello, senza perder tempo, rimontasse l'Adda colle soldatesche di Manfredo, e pel ramo di Lecco si spingesse in su a congiungersi con lui. Il Palavicino trovò l'amico in fatto; questi spedì, senza l'indugio d'un minuto, un uomo fidato con ordini precisi, e per quella notte non si fece altro.