All'alba tornò Manfredo dove stavano accampati i suoi, disse loro poche ma efficaci parole, promise non sarebbe tornato che per condurli a tentare le sorti, ed esortatili a star pronti alla prima chiamata, li lasciò nuovamente per ricondursi a Chiavenna, d'onde colla Ginevra e l'Elia si trasferì alle sponde del lago quel dì stesso. Non aveva voluto si fermasse la Ginevra in quella città, per non dar troppo a parlare ai Chiavennaschi; e siccome lo stesso Figino avea possessi e un luogo di delizia a Cremia, dove espressamente era stato mandato un uomo perchè tenesse d'occhio tutto il corso del lago, così stimò assai conveniente il condurvi la Ginevra. Di tal modo tenendola fuor de' pericoli a cui ella non poteva per nessun conto intervenire, appagava tuttavia il desiderio di lei, che era quello di trovarsi in luogo dove per la prima avesse notizia della riuscita dell'impresa. Una tal gita gli occorreva poi, meglio che per altro, a prender cognizione esattissima di tutti i luoghi, prima di commettersi al lago colle soldatesche; ad assoldare barcajuoli, a recarsi presso Como, dove mandando l'Elia avrebbe saputo e che si pensasse colà, e quanto presidio vi fosse, e tutte quelle notizie insomma che gli potevano riuscir vantaggiose.

A Riva, noleggiarono una barca, e senz'apparato, per non dar sospetto nessuno, il Palavicino, la Ginevra, l'Elia colle due persone di servigio si affidarono all'acque. Ventando la breva, traghettarono a volo il mesto lago di Mazzola attraverso gli irsuti canneti. Il cielo appariva sgombro e lucentissimo; il sole gettando nelle onde i suoi raggi, vi generava giuochi di luce, che variavano senza posa. Per essi che venivano dalla squallida Spluga e dalla chiusa Chiavenna, i nudi scogli e i brulli ciglioni del monte, non bastavano a scemare la giocondità che in loro metteva l'aspetto abbastanza ridente de' paeselli di Verceja, di Campo, di Novate; giocondità che tanto più s'accrebbe, quando a due terzi della corsa cominciò ad udirsi un lento e sommesso oscillare di suoni, che spiegandosi man mano e dilatandosi nell'aria finì in un dirotto scampanare a festa. Questo non si diffuse in prima che da un sol luogo, poi sorse da un altro e da un altro ancora, finchè il maestoso concerto delle campane di Domaso e di Gravedona rispose all'umile e incessante, dirò, cinguettìo delle campanelle de' paesi minori.

—Che cosa significano, buon uomo, questi suoni festivi? chiese la
Ginevra al barcajuolo.

—Siamo al quattro di giugno, cara signora, è la vigilia del Corpus
Domini.

La Ginevra, che di ciò non si ricordava, volgendosi a Manfredo:

—Ciò mi è di buonissimo augurio, gli disse a voce sommessa.

Il Palavicino sorrise senza rispondere, e così progredirono per lungo tratto. Il vario prospetto de' luoghi, il giuoco delle acque, il sobbalzo della barca, le onde dell'aria, che pel suono festivo delle campane avvolgeva ogni cosa in un vasto concento, tutto ciò occupava i nostri viaggiatori in altro modo, togliendo ad essi il bisogno di parlare.

L'Elia Corvino intanto, seduto presso al barcajuolo, non poteva un momento distoglier gli occhi dal Palavicino e dalla Ginevra. Non parea vero che un uomo, al quale le circostanze della vita dovevano avere ottusa ogni sensibilità, provasse tuttavia tanta commozione nel contemplare quelle due giovani esistenze, dopo affanni sì lunghi, riunite alla fine, nel contemplare la Ginevra in ispecie, sul cui volto apparivano le insolite rose generate da una calma, da una serenità, da una compiacenza insolita; e sentiva una profonda soddisfazione, considerando ch'egli forse più che altri era stato l'autore di quella felicità… benchè, pensando che tra pochi giorni la vita di Manfredo sarebbe stata in arbitrio delle palle d'archibugio… si sforzò di volgere l'attenzione ad altre cose, non piacendogli sentirsi sopraffatto da un sentimento che gli riusciva molesto.

A Domaso, il barcajuolo affidò ad altro suo collega i nostri passaggeri, che seguirono oltre pel lago.

—Giunti che saremo a Cremia, prese finalmente a dir la Ginevra, che ti resta a fare per prima cosa, Manfredo?