—Tutto induce a credere, soggiunse poi, che voglia essere ben difficile il caso di un tristo annunzio; e in quanto al marchese Manfredo troverà chi per amor vostro vorrà prendersi cura della sua vita. Sapete cosa mi disse ieri il conte Mandello prima di partire?
—Non so nulla.
—Mi ha detto che voi gli stavate molto in sul cuore, voi e la memoria della sventurata sua madre, alla quale promise di posporre la propria vita per salvar quella del figliuolo, per cui ella moriva di crepacuore. Mi assicurò dunque, che finchè fischieranno le palle delle colubrine e degli archibugi, egli si stringerà appresso a Manfredo e lo coprirà della propria persona, e l'amicizia gli farà far miracoli; e ciò egli mi ha detto perchè lo ripetessi a voi e vi facessi coraggio.
—Se tutto dipendesse da voi, caro Elia, e dal conte, io mi riposerei tranquilla come se domani fosse un giorno di tripudio; ma così, vedete bene… pure avrò coraggio, siatene certo, ne avrò tanto da sostenere, senza lasciarmi abbattere, qualunque più tristo annunzio, che a questo, più che a tutto, voglio prepararmi. Promettetemi ora voi di far quello di cui vi ho pregato.
—Ve lo prometto.
—Adesso potete andare. Io sono perfettamente tranquilla.
Dette queste parole e stretta la mano all'Elia con passione, si ritirò nella sua stanza.
Il Corvino, stato immobile e soprappensiero per qualche tempo, discese al molo, saltò in barca, e senza far nessuna parola col barcajuolo, attraversò il lago per recarsi a Bellaggio.
A metà del promontorio, dove oggidì siede la villa Serbelloni, era allora una rocca, o piuttosto un rudero di rocca, che Gian Giacomo Medici avea lasciato in abbandono dacchè s'era fortificato nel castello di Musso. I sentieri che conducevano colà essendo aperti al passo di chicchessia, l'Elia Corvino pensò di recarvisi, considerando che nel silenzio della notte i rumori anche i più lontani, trovando lo spazio sgombro, sarebbero saliti più facilmente a quell'altezza. Così, com'ebbe passato il lago, uscito dalla barca, tutto solo ascese la vetta ove si mise a sedere.
Era il dodici di giugno, e l'assidua vampa del dì aveva per tal modo acceso l'atmosfera, che la brezza notturna ne avea diminuita la forza per quel tanto che basta a produrre una mite temperatura. Il cielo, risplendendo la luna e le stelle, era nitidissimo, così la vista potea scorrere molto àmbito e godere lo spettacolo delle acque, le quali per la posizione stessa del promontorio a chi di lassù vi getta lo sguardo, sembran quasi dividersi in tre laghi diversi.