Alla punta della Cavagnola, cominciando i crepuscoli, il vento si cambiò d'improvviso. Allora tutte le vele essendo state spiegate, parvero torme d'augelli giganti che senza posa, agitando le grandi ali, s'affrettassero alla meta.
CAPITOLO XXXV.
L'impresa fatta sulla città di Como il dì 11 giugno 1521 è senza dubbio tra le più audaci che presenti la storia. Nè i provvedimenti a lungo ponderati, nè la molta gente raccolta intorno a pochi lombardi, nè l'appoggio d'estranei aiuti, nè la facile adesione della moltitudine irritata ed aspettante, in cui si poteva ragionevolmente confidare varrebbero a purgarla in tutto dalla taccia d'avventatezza, quando non si volesse aver riguardo a quella generosa impazienza per cui uomini innamoratissimi della propria terra, e pietosi della universale miseria, più che in altro cercarono consigli nell'entusiasmo e si affidarono alla sorte.
Allorchè le soldatesche del Palavicino giunsero presso Como, il sole era già sorto, per cui anzichè toccasser terra, potè correr la voce della loro comparsa. Parve allora, per l'effetto ch'essa fece sui soldati del presidio, che a Milano non si fosse avuto nessun sentore di un prossimo tentativo, come il Corvino aveva sospettato, nè che il numero dei soldati si fosse accresciuto allo scopo di opporre una valida difesa. Da principio dunque si mise in essi tanto disordine, che metà de' fantaccini di Manfredo poterono metter piede a riva prima che su loro si facesse fuoco. Però, siccome il Palavicino non aveva potuto giungere a tempo per sorprendere la città in ora di maggior quiete, così pensò cavar partito da questa medesima circostanza, tentando di eccitare a prender l'arme quella parte di popolo che era già desta, promettendo loro la prossima liberazione di tutta Lombardia.
Il Palavicino, il conte Mandello, il conte Birago, il Crivello, il Ferreri ed altri si sparpagliarono infatti tra 'l popolo offerendo e presentando armi ed incuorando tutti a gran voce e promettendo infiniti compensi. Ma il caso non atteso, ma la vista di tanti armati, ma il timore che la città fosse in breve per essere la scena di una strage orrenda e per ultimo il tamburo delle milizie francesi, che battendo a gran carica, ridestò tutti gli echi all'intorno, mise in loro così forte scompiglio e sgomento, che, volti a precipitosa fuga, scomparvero tutti quanti per la via dei monti, lasciando liberissimo il campo ai combattenti.
Una zuffa accanita, pertinace, continua durò quasi dieci ore tra i Francesi e la metà della gente di Manfredo, che l'altra metà aveva comandato se ne stesse aspettando fuori del porto, lontana dal combattimento, affinchè potesse giunger fresca e intatta quando mai il pericolo lo comandasse. Ma in ultimo ai soldati del presidio, stremati e malconci, convenne ritirarsi nel forte. La sera, tra grida di gioja, e canti ed evviva, le soldatesche di Manfredo rimasero padrone di Como, e i Comaschi ritornarono in città pieni di speranze e liberi d'ogni timore.
Non si affidava però Manfredo, chè conosceva d'aver fatto il meno, e sospettava non fossero per giungere nuove forze da Milano in poco di tempo e sconsigliava i suoi dall'abbandonarsi eccessivamente ai tripudj, e li esortava invece, per quanto poteva, in ciò ajutato dal Mandello e dagli altri, a star pronti ai nuovi pericoli.
Mandò poi con tutta sollecitudine un grosso drappello di soldati sulla strada a Milano, perchè precludessero, con tutti gli sforzi possibili, qualunque adito ai nuovi vegnenti.
Ordinate le quali cose, attese la notte a correre affannato tutte le vie di Como dove era popolo, tutte le case, tutte le fabbriche di lana, di seta, dove eran giovani per trarli a sè e indurli ad armarsi, e molti ne ebbe persuasi infatto.
Ma intorno alle cinque ore, da quelli che avea mandati fuori di Como, gli giunse sollecito avviso che a rapida corsa venivan da Milano soldatesche in gran numero e artiglierie ed altro.