Dal giorno che, partito o fuggito da Rimini, dopo quell'ultima e tremenda ora della sciagurata Elena, venne a Milano e trovò il figliuolo più che mai peggiorato, e poco di poi assalito dalla massima violenza del male, gli sembrò vedere in quel fatto qualcosa di fatale che lo spaventò…. e sentiva orrore di sè stesso ogniqualvolta, ritornando all'istante in cui trovossi faccia a faccia colla duchessa, si ricordava d'esser stato perplesso prima di ucciderla, per paura di spegnere due vite ad una; ma d'aver poi dimenticato il suo unico figlio pel desiderio della vendetta.

E un tetro rimorso venne a tormentarlo assiduamente, e le ricordanze dei dì trascorsi si risolvevano tutte in un ultimo e desolato pentimento fatto più straziante dall'impossibilità della riparazione. E non sapeva trovar riposo quando pensava all'inclemenza della sorte, la quale volle guidar gli eventi in modo, che le vittime del suo furore avessero ad essere gli oggetti medesimi della sua tenerezza.

Immerso dunque nel confuso turbine di queste idee il Lautrec, stato per qualche minuto in quell'abbandonato atteggiamento, alzò e volse la testa verso il letto dove giaceva Armando. Per quanto il malore avesse fatto esile ed affilato il viso di lui, pure non eran per nulla scomparse le tracce della prima beltà, ed anzi la lucentezza straordinaria che gli s'era trasfusa negli occhi, come avviene di chi è travagliato dal mal sottile, le comunicava, direi quasi, un carattere di essenza sovranaturale. Il governatore lo guardò a lungo, e un certo movimento tremulo, che continuò per tutto il tempo in cui stette guardandolo, era testimonio dello strazio che gliene derivava. Guardava poi, alternativamente, ora il figliuolo, ora un paggio che, seduto al capezzale d'Armando, teneva nella propria la mano di lui che dolcemente gliela abbandonava. Il medico Bonnivet aveva scongiurato il Lautrec perchè il giovine paggio fosse fatto allontanare da quel luogo, nel timore non gli dovesse, a lungo, riuscire funesta l'assidua dimora in quella corrotta atmosfera. Ma i pianti d'Armando, ma il volontario sagrificio del giovinetto paggio che, come avviene tra' fanciulli, aveva preso immenso amore al figlio del Lautrec, il quale altrettanto gliene portava, ma il torbido adombrarsi del governatore a un tale consiglio, lo aveva mal suo grado fatto desistere da ulteriori preghiere. Però, intanto che il Lautrec osservava quei due fanciulli, fermandosi qualche poco sul paggio provava un senso molesto di una pietà irresistibile considerando che mentre una salute rigogliosa aveva destinato quel fanciullo a vivere una vita lunghissima, sarebbe forse morto immaturamente anche lui, costretto com'era ad un sì funesto servigio.

Ma la caldura insopportabile che s'era tutta concentrata nella camera, per esserne state chiuse le uscite, e che al Laulrec rendevasi ancora più molesta dopo essere stato tanto tempo in quell'atteggiamento, e quasi senza respirare, gli fece sentire il bisogno d'uscire a passeggiare per l'altre camere. Di fatto, entrando allora il medico Bonnivet, per tentare qualche parola atta a produrre dei buoni effetti sull'animo di lui:

—Io esco, gli disse il Lautrec, esco a prendere altr'aria, che qui mi parrebbe di avere a cader senza fiato da un momento all'altro; nè comprendo come ciò non possa nuocere anche ad Armando.

—Lo strepito del vento gli nuocerebbe assai più, Eccellenza. Del resto, mi pare che oggi egli stia molto meglio del solito, ad onta del mal tempo sempre grave agli infermi, per cui se mai continuasse di tal passo….

—Vi sarebbero delle speranze?

—Purchè continui di tal passo, potrebbero anche diventar ragionevoli le speranze.

Il Lautrec, cosa insolita, presa la mano di Bonnivet:

—Io non confido che in voi! gli disse, e gettando un'altr'occhiata sul letto d'Armando, uscì.