—A noi? dissero ad una voce.
—Questo non può essere che uno sbaglio.
—Non è uno sbaglio altrimenti, vengano con me, che siamo a dieci passi dalla casa, ed è cosa subito fatta.
Tutti si guardavano in viso molto perplessi.
—Come mai, entrò a dire uno di loro, il marchese può aver bisogno di noi? e soggiunse poi subito rivolto al servo:
—S'ella è una qualche burla che tu ci voglia fare, ti avverto che sarebbe in malissimo punto. Ben è vero che so chi è il marchese, e lui mi risponderebbe di te. E così, disse poi a' compagni, volete o non volete? Non ci bisognerà più d'un quarticello d'ora, e non è gran perdita.
—Andiamo! via….ci vuol tanto?…soggiunsero tutti in una volta a quelle parole, e senza più si accompagnarono al servo. Per dir vero, la curiosità fu quella che più che altro li spinse fortemente a seguire i passi del servo del Palavicino, d'altra parte poi non v'era nessuna cagione che li potesse far timorosi dell'accostarsi al marchese.
Così quei dieci giovani furono introdotti dal servo, l'uno dopo l'altro, in una gran sala del palazzo. Colà vennero per disgrazia ad essere rischiarati da una sfacciata luce di molte candele di cera gialla che malissimo li raccomandava all'occhio dello spettatore e per minuto potevasi analizzare la fisionomia, il carattere, l'atteggiamento, l'abito di ciascheduno. Il nostro Pierino da Sesto, alto, asciutto, magrissimo, spiccava assai bene in mezzo a tutti; sulla di lui faccia più non apparivano neppure le tracce d'una certa originaria bellezza, tanto era alterata dal color scialbo, al quale aggiungevano una tinta ancor più patetica certe chiome castagne folte e scomposte che fuori del berretto gli cadevano in disordine sulle spalle. La scintilla dell'ingegno che di quando in quando non poteva a meno di farsi vedere e di brillare nell'occhio, era quasi sempre velata e soffusa di languore dalla miseria; e del resto, a primo colpo d'occhio, guardando quella lunga e magra figura, non si durava fatica a comprendere ch'era un'esistenza sostenuta a puro pane e latte.
Presso a lui quel giovane così esorbitantemente indebitato il quale, per contrapposto, mostrava sul volto i segni di una floridezza, non dirò verginale, ma generata bensì dall'assidua consuetudine di mangiar bene e bever meglio, la quale però era tutto a scapito delle vesti, talmente cenciose, talmente in mal essere, che la palandrana grattugiata del pittore veniva a guadagnare moltissimo nel confronto. Vicino all'uno e all'altro quel povero padre di famiglia che dopo la terribile peripezia d'aver sculacciata la pietra de mercanti, per tentativi che avesse fatti, non gli era mai riuscito di rifarsi un momento, aveva i cenci dell'uno, e la tinta lugubre dell'altro, con due sopraccigli irsuti in aggiunta che celavano a mezzo le pupille, le quali movevano lente e gravi su d'un bianco reticolato di vene sanguigne e sparso di colori biliosi. Gli altri tutti poi partecipavano un po' del pittore, un po' dell'indebitato, un po' del fallito, miscuglio di pallidume prodotto da astinenze involontarie, di colori vivaci generati da intemperanze di contrabbando, di cenci larvati da fogge signorili, miscuglio d'avvilimento, di sfrontatezza, d'abbattimento, di coraggio. E a produrre un contrasto di tinte certamente soverchio, il volto gioviale, fresco, paffuto, lucido dello studente, le cui membra assai ben disposte e divinamente pasciute erano coperte da un abito molto alla foggia in cui la ricchezza andava di pari passo coll'eleganza.
Allorchè il Palavicino entrò nella sala, quei dieci galantuomini che non sapevano veramente quel che si volesse, stettero aspettando in silenzio ch'egli parlasse per il primo; intanto erano pure entrati nella sala due camerieri con guastade di vino e tazze e calici, e quando ad un ordine del loro padrone si mossero portando in giro i bacili fra coloro che non sapevano trovar la ragione di tutte quelle gentilezze, il Palavicino prese finalmente a parlare: