Quel barone era un gendarme del re, era un capitano d'una delle compagnie de' lancieri di Francesco. Aveva fatto la sua prima giornata campale a Marignano, e per la prima volta era venuto in Italia. Aveva un volto rosato e giovanile, adombrato da capelli biondissimi, con un nasino vôlto in su, e due occhi cerulei lucentissimi, pieni di quel fuoco fosforico che dinota un gran fervore di concupiscenza, e una colonna vertebrale soggetta a troppo frequenti fremiti. Ora quel capitano di una compagnia di lancieri s'era fatto lecito un gesto villano colla nobile e virtuosa fanciulla e aveva creduto d'avere a prendere una rocchetta d'assalto.

Vedevasi in lui l'impronta di quell'imprudente sicurezza, di quella leggerezza boriosa e avventata, congiunta a un deciso valor personale, che tanto distingueva i giovani gendarmi dell'esercito di Francesco.

Il Mandello era lì presso, aveva visto ogni cosa assai bene, e gli era venuto il sangue alla testa. Se avesse veduto che la fanciulla avesse corrisposto alle prime amorose gentilezze del giovane, il suo dispetto sarebbe stato anche maggiore, pure, rintuzzandolo pel momento, l'avrebbe poi tuffato nell'oltrepò, come era solito di fare, quando vedeva una cosa che gli dispiaceva, ma che tuttavia non gli era possibile riparare; ma in quest'occasione, avendo la fanciulla mostrato una dignità e compostezza di contegno ammirabili, non gli sembrò giusto che quel biondo e sfacciato mostricciuolo avesse a passarla impunemente, e così, fatti due salti e a furia trattolo fuor dal circolo che tuttavia danzava e datagli una formidabile tentennata, gli disse in francese, e in tuono assai alto, quattro parole, che volevan dire così:

—Io so benissimo com'è fatto Parigi, e bisogna dire che le tue sorelle abitino la contrada di coda di Brie, e più volte sien state prese dalle guardie del buon ordine, se tu credi che tutte sien fatte a un modo le donne; però ti dico, che sei uno schifoso cialtrone, e indegnissimo di stare con gentiluomini e con gentildonne.

Ad una simile apostrofe egli è ben naturale che qualunque uomo si sarebbe risentito, dato anche che nelle vene, invece di sangue gli fosse scorso pappina di fava, per ciò è facile a pensare, come si trasmutasse il volto del giovane gendarme alle parole del conte Mandello. In prima la risposta che gli diede fu pari a quell'invettiva e peggio; poi le mani corsero alla spada, ed essendo accorsi gentiluomini francesi e lombardi da tutte le parti per impedire si turbasse così la giocondità delle feste, ottennero che i due cavalieri uscissero di lì, e scegliessero quel qualunque luogo fosse loro piaciuto per ammazzarsi senza incomodo altrui. Il capitano degli arcieri cercò due padrini, che trascelse fra' tanti che gli si esibirono. Il conte Galeazzo Mandello fece altrettanto, percorse collo sguardo un centinaio di facce, domandò quel favore ai dieci o dodici che gli stavan presso. Ma il profondo e generale silenzio che s'era fatto per tutta la estensione del padiglione a quello scoppio di ira dei due campioni non fu interrotto da nessuna voce che rispondesse alle replicate domande del conte. Solo quel giovane che un momento prima aveva sentito il peso di quella terribile paterna rimesta, tremando dal capo alle piante per l'impazienza convulsa, provò una forte tentazione di profferirsi al Mandello, ma gli era rimpetto la faccia quadra e burbera del conte padre, e così, senza neppure fare un passo innanzi, dovette accontentarsi di mordersi le labbra, e di star queto; così moltissimi altri giovani si sentivano salir su la fronte un rossore insolito, ma eran tenuti in freno dai provvidi padri, e quel vituperevole silenzio tuttavia continuava; il Mandello intanto, ferito nella parte più sensibile dell'animo suo:

—Stolido ch'io fui, diceva tra sè, a rompere in quest'ora una regola di sei anni, e a non guardare altrove quando la fanciulla fu offesa, e a non ubbriacarmi più di quanto non ebbi mai fatto in questi sei anni d'inerzia e d'intemperanza, per dimenticare l'ingiuria altrui e la viltà nostra—e ciò pensando, girò ancora uno sguardo per tutta l'ampiezza della sala, ma nessuno rispose; e, almeno fosser stati contenti a non rispondere, ma taluni, di una stolidezza senza pari, accostatisi al biondo gendarme, lo pregavano a dimetter l'ire, e a non far caso delle parole del conte, a cui gli insulti dell'ebbrezza non permettevano dir mai cosa che stesse bene.

Questi fatti che raccontiamo sono, senza dubbio, ingratissimi ad udirsi, come quasi impossibili ad esser creduti, quando si pensa che molti de' gentiluomini che popolavano quelle sale appartenevano a quel glorioso ceppo di cavalieri milanesi e lombardi che non molti anni prima, al tempo di Francesco I e Galeazzo Sforza, mandati in Francia ad aiutar re Luigi, più che uomini erano stimati; quando si pensa che fra tutti coloro c'era ingegno, senno, coraggio, e tutto quel bel complesso di cose, che mai non manca nel tessuto della stoffa italiana, a così esprimerci! ma avendo in odio il dominio sforzesco, e convinti, che allo spargersi dei gigli fosse per piover manna sulle belle contrade di Lombardia, s'acconciavano a sopportare qualunque insulto fosse lor venuto dalla Francia; eran corpi, altra volta poderosi di gioventù e di bellezza, afflitti di presente da un momentaneo contagio, che violentava ogni loro virtù, e faceva che il loro senno naturale cedesse sopraffatto da' torti giudizj e della cieca passione.

E fu ventura che il giovane gendarme, trasportato dall'ira, non ascoltasse ragioni; e dicendo ai propri padrini che si rimanessero, giacchè l'avversario non poteva trovare i suoi, se ne uscì col conte Galeazzo Mandello,

Usciti, il pensiero che nacque nel capo ad ambedue fu quello di cercare un luogo solitario e remoto, dove non ci avessero a capitar spettatori. Il conte Galeazzo, il quale sapeva benissimo quanti luoghi fossero adatti a ciò, senza dir nulla al gendarme, e persuaso che costui lo avrebbe seguito, a scansare la moltitudine che s'affollava per tutto quel tratto di strada che era Rugabella e la statua di San Giovanni Nepomuceno al ponte, cominciò a prendere per viottoli, ma essendovi dappertutto persone in volta, dovettero percorrere un gran tratto di strada. Finalmente, il conte affrettò il passo, e trovò più breve il prendere la direzione per la piazzetta di San Martino in Nosiggia, dove rispondeva il suo palazzo, in prima perchè gli era balenato uno strano pensiero in mente, poi perchè era quella in fatto tra le più spopolate della città, se si eccettuano le ore, in cui scolari e monelli venivan lì a batter le mani, e a mandar voci e grida.

Egli è a sapersi, che in un angolo di quella piazzetta, sin dal secolo XIV, in occasione della peste memorabile che devastò mezza Europa, fu eretta una cappella detta di San Rocco, la quale, per la posizione che aveva con un palazzetto contiguo, aveva prodotto certe combinazioni d'angoli da generare un'eco mirabile; il quale ripeteva più volte il più minuto suono, perciò veniva chiamata anche la piazzetta dell'Eco, e i monelli venivano qui a passare il loro tempo godendo a sentir ripercosso tante volte il baccano che facevano. Su questa piazzetta vennero dunque i due campioni; ora avvenne che, attraversandola, il Mandello inciampasse in un corpo disteso quant'era lungo sul selciato, probabilmente il corpo avvinazzato di un qualche gabellino, e desse un tal barcollone che minacciò cadere. Il giovane gendarme, che era nojato di quella lunga passeggiata e ancora non sapeva ove v'andrebbe a fermarsi e, rifacendosi sull'ingiuria ricevuta, si sentiva abbruciare, còlta quell'occasione per parlare e pungere il suo nemico: