—Ma la Ginevra mandò un grido, mi pare, un momento fa?
—Era troppo naturale; ma nessuno non volse neppure la testa, e, quel ch'è fatto è fatto.
Assicurato allora che quel grido, se pure non svanì inavvertito a tanta moltitudine, non aveva però fatto muovere un passo a nessuno, il Corvino si mosse per rientrar nelle sale, desideroso di venire in cognizione di due cose: della cagione che aveva promosso quelle parole di ferro e di sfida, che un momento prima avevano conturbato la giocondità della festa e giovato così bene al suo intento; e dell'effetto che sarebbe per produrre sul Bentivoglio e sul Baglione l'improvvisa scomparsa di Ginevra. Per verità, che ambedue codeste cose, e la seconda segnatamente, meritavano bene ch'ei ritornasse nelle sale, ma pensatoci due volle, e veduto che non era senza pericolo, che era troppo facile l'essere stato veduto colla Ginevra da qualcheduno, che si poteva venire a schiarimento, e non era improbabile il non poterne uscir netto, fermò invece d'allontanarsi sull'istante.
In quella, udito batter l'ore alla chiesa di San Nazaro, pensò che poteva in quella notte medesima, giacchè non era tardissimo, recarsi al palazzo del Morone, e quando non fosse in castello col duca, dargli la notizia che pareva esser tanto desiderata da quell'illustre personaggio.
Il Morone abitava in quella contrada, alla quale fu poi dato il suo nome, e lo conserva tuttora; conveniva perciò all'Elia Corvino far molta via prima di arrivarci; ma il pensiero dei quattrocento gigliati che avrebbe contato, e la soddisfazione d'aver saputo condurre a così buon termine il suo disegno, del quale aveva già incominciato a disperare, gli fecero parer brevissimo quel tratto di strada, e s'avviò. Giunto in quella contrada, e veduta illuminata l'ultima finestra del palazzo:
—C'è senz'altro, disse; ora staremo a vedere se mi si vorrà aprire a quest'ora. E accostatosi alla porta, e preso il martelletto, diede quattro colpi risoluti. Dopo qualche momento, dalla finestrella che stava ad un dei lati della porta, uscì una voce:
—Chi è che picchia a quest'ora? Chi cercate?
—Son io, e cerco dell'illustrissimo messere.
—A quest'ora? tornate domani; a quest'ora non riceve nessuno, quand'anche fosse sveglio.
—È sveglio senz'altro, ed io, da star qui, vedo il lume dalla finestra del suo studio. Io mi chiamo Elia Corvino, ed annunziatemi a lui, che vi dirà subito d'aprirmi.