Valenzia, spaventata, cominciò allora a mandar fuori qualche sconnessa parola, e d'una in altra tra singhiozzi e sospiri potè dire abbastanza perchè il Visconti potesse farsi un'idea chiara di tutto quanto era avvenuto.
Valenzia intanto, a cui l'angoscia aveva in prima ottenebrata la mente, così da farle vedere in confuso la condizione delle sue vicende, coll'esser costretta a raccontare ordinandosele in mente in successione tutti i fatti avvenuti dalla fuga da Venezia in poi, per sua sventura rinacque alla chiara cognizione di tutto, e misurato il pericolo del padre e il proprio, vide come le cose fossero giunte al punto che più non era luogo a sperare, e che uscita dalle mani del Visconti sarebbe tosto ricaduta in quelle della Republica, ove avrebbe trovata l'estrema condanna. A questo pensiero, di ginocchio balzò in piedi esterrefatta: quella immobilità, quell'atonia in cui aveva durato qualche tempo, si trasmutò improvvisamente in un dolore prorotto che teneva della forsennatezza: chiamò ad alta voce per nome il suo Fossano, il padre, e fu presa da un così prepotente delirio che parlava singhiozzando a que' due suoi cari; quasi che le fossero presenti, e invocava Dio, la Vergine, i santi, e miste alla preghiera, le imprecazioni contro a Venezia, ai Dieci e a tutti coloro che nell'agitata fantasia credeva avessero causata la di lei rovina. Finalmente dopo quello sperpero di grida, di pianti, di preghiere, d'imprecazioni, e quel violentissimo lassamento di tutte le sue forze fisiche, nell'istante che volta al Visconti con una faccia tutta stravolta e terribile stava per imprecargli, il sangue le fuggì dal cuore, nel suo volto avvenne come un altro smagrimento repentino, i nervi le sussultarono dai capo alle piante, e per la quinta volta cadde abbandonata da' sensi.
Le lagrime, le preghiere, le furibonde grida, il delirio della povera Valenzia, arrivarono a ingenerare nell'animo del Visconti qualche cosa che poteva somigliare alla compassione, e gli somigliava abbastanza per giungere a scioglierlo del tutto da ogni basso tentativo. Si fermò a contemplarla un pezzo, poi disse:
«Ma infine…. cosa mi resterebbe a fare? Se io la lascio uscire di qui…. cadrà nelle ugne di tal belva, al cui confronto io le sarò parso assai più che padre e fratello.» E gettò un'altra occhiata sulla giovane infelice, e con ribrezzo ne sentiva i singhiozzi affannosi, e il rantolo strozzato nelle fauci, la compassione s'accrebbe a più doppii nell'animo suo, e pensò…. pensò se vi poteva essere qualche aggiustato modo per trarla in salvamento e alleggerire la sua sventura.
Ma come poteva venire in mente a quel tristo un simile pensiero?—Non era forse egli più il crudele, il feroce figlio di Bernabò?—Questa domanda è assai ragionevole, e anche noi durammo assai fatica a credere a un simile mutamento nell'indole sua. Ma una considerazione che ci sorse in mente, ne condusse, o ne parve almeno ci potesse condurre, alla soluzione di un fatto così strano. Se a Carlo Visconti, quattr'anni prima, quand'era ancora nel fiore della sua potenza il terribile Bernabò suo padre, ed egli non viveva che nell'aspettazione di un ricco e vasto dominio, fosse intravvenuto una simile avventura, si fosse trovato in una circostanza pari, avrebb'egli ceduto sì di leggieri a delle lagrime, avrebb'egli saputo comprendere l'angoscia di un cuore al punto da rimanersi dalla persecuzione? Tutto c'induce a credere che avrebbe fatto il contrario. Da quell'altezza su cui la sorte avealo fatto nascere, e da cui non era disceso un momento non avendo mai potuto porsi a paro un istante col resto degli uomini, non aveva mai potuto mettersi all'unisono col loro, nè per quanta sagacia potesse mai avere, la dura esperienza non gli aveva fatto conoscere ancora il che ed il perchè di tutte le cose. Non gli aveva ancor data la giusta misura per valutare nella loro interezza i dolori che possono straziare anima d'uomo, ma da quel momento che la sventura lo ebbe assalito, e il cuor suo sentì le potenti strette dell'angoscia e della disperazione, e provò le durezze dell'esiglio, le privazioni più tormentose della vita, e l'odio contro il suo persecutore, l'anima sua oscillò per migliaia di sensazioni che fino a quel punto gli erano rimaste al tutto sconosciute…. e da quel punto, senza ch'egli se ne fosse accorto, l'indole sua subì una forte modificazione, modificazione che però non s'era mai palesata, ed aspettò a mostrarsi intera allora che una scena di sventura e d'angoscia lo ebbe fortemente colpito. La prosperità guasta gli animi, la sventura li corregge, se non sempre, certo il più delle volte.
Alla Valenzia, così come gli poteva permettere l'abituale durezza de' suoi modi, spruzzò con acqua la fronte affine di farla riavere.
«Valenzia,» cominciò poi a chiamarla per nome, «Valenzia!»
«O Fossano, perchè mi lasci tu qui?»
«Destatevi su via, fate presto che meglio per voi.» La giovane si rizzava. «Se amate il vostro meglio, v'è mestieri di coraggio; alzatevi, presto.»
«O Fossano, vieni a togliermi di qui.»