«Vi chiedo perdono, illustrissimo, ma stamattina per questo appunto io son venuto da voi; così, dovendo io tornare questa notte medesima a Milano, spero mi vorrete far degno de' vostri ordini.»
«Bene, bene.»
«Questo diavolo di Malumbra,» entrava a dire il senatore, «si gode il mondo assai più che altri.»
«Lo so bene.»
«Egli viaggia e fa buon sangue coi ducatoni de' nostri patrizi. Ma a proposito di Milano, tu ci dovresti ora far contenti di qualche notizia intorno a quel paese.»
«Buone notizie, illustrissimo, e per verità che quei poveri Milanesi possono ora rifarsi qualche poco, chè il Conte di Virtù concede loro di respirare un po' più liberamente.»
«Quel Bernabò era un gran tristo; e dopo tante vicende, e tante guerre, e tanti interdetti e scomuniche, non ha mai saputo imparare a starsene tranquillo.»
«Dio lo avesse voluto, illustrissimo, ma d'aggiunta quand'egli era tormentato dalla podagra, e non poteva pensare al resto, v'era il suo secondogenito, Carlo, che, se non era peggiore di Bernabò, non gli stava indietro di certo.»
«Non pronunciare un'altra volta il nome di Carlo, ed abbi rispetto al dolore di un padre;» dicendo queste parole, il senatore accennava a Candiano, il quale chinava la testa, ed aggrottava le ciglia.
«Io ci ho rispetto senza dubbio, e tacerò… ma mi resta sempre tuttavia a confortarmi seco pensando che ogni sventura è nulla, se si confronti a quella di aver per genero quel terribile Visconti.»