LA ROCCA D'ANGERA.

Mentre il Malumbra viaggia verso Milano, noi, lasciandolo addietro qualche buon tratto, vi entreremo addirittura per tosto mettere il piede nel palazzo dove risiedeva il Conte di Virtù.

Se lo storico, incontratosi in questo personaggio che occupa sì luminosa parte negli annali della patria nostra, dovesse pronunciare un giudizio, non avuto riguardo nè alla condizione dei tempi in cui uscì a primeggiare fra i potenti, nè a' personaggi che lo precedettero e lo susseguirono nel governo della Lombardia, certo che dovrebbe lasciar correre assai libera la parola al vituperare, e tanto più se, svestitolo della sua clamide ducale, si facesse a considerare in lui non altri che l'uomo. Ma quando in vece si voglia considerare questo personaggio, in mezzo a quella mostruosa corona di principi atroci Galeazzo II, Matteo, Bernabò, Giovanni e Filippo Maria Visconti, giovato dal vicino confronto, tanta luce viene a posare su di lui, e le scarse sue virtù spiccano di tanta forza che lo storico potrebbe quasi venir tentato a metterlo nel novero di quelli a cui la patria e gli uomini sono debitori di alcuna gratitudine; tanto più poi se si voglia esaminare le vita publica del duca disgiunta affatto da quella dell'uomo privato.

La dissimulazione e la perfidia sono le qualità che gli storici han raccontato costituire principalmente il carattere del Conte di Virtù, e certo che son esse assolutamente così abbominevoli che ci vuol una certa audacia, per trovar modo a scusarle. Al mondo per altro sembrano assai meno vili e basse nelle cose di stato che non nei rapporti ordinari della vita privata, e nella parola politica pare che, sebben tacitamente, siano sottintese queste arti delle quali il Conte di Virtù era mirabilmente fornito. Tutti gli storici, e con ragione se si guardi da una parte, gli hanno rimproverato il tradimento fatto allo zio Bernabò, e l'avere arbitrariamente invase le città che appartenevano al suo dominio. Ma chi troppo bestemmia la simulata perfidia del Conte di Virtù, e troppo compiange la sventura dello zio di lui, pare non si senta gran fatto commosso pensando alla condizione dei sudditi del feroce Bernabò che, angariati, tormentati, sotto il dominio di lui, si sentirono improvvisamente sollevati alla sua caduta.

Innanzi alle atroci insidie di cui un potente ha voluto far uso per sottometterne un altro, il quale è stato per troppo lungo tempo lo spavento degli uomini, lo storico chiuda un occhio, e respiri anch'esso colla povera umanità che fu confortata un istante.

All'epoca a cui siamo con questo racconto, il Conte di Virtù già da qualche anno era assoluto signore di Milano, ed estendeva il suo dominio su altre ventuna città. Già da qualche anno i poveri milanesi avevano potuto riaversi dalle lunghe e feroci oppressioni; non già che il Conte di Virtù potesse vantare le virtù di Tito e di Antonino; non già che a Milano fossero del tutto rallentati i ceppi; ma egli, se non altro, aveva retto criterio ed ingegno, e le pene che s'infliggevano a' cittadini non erano più dettate nè dal caso, nè dalla pazzia, nè dalla ferocia.

Tra un tristo d'ingegno e un tristo di ottusa intelligenza e di stupidi sensi, è grandissima la differenza. Chi serve al primo potrà sempre in certo qual modo regolare le proprie azioni e dirigerle ad uno scopo certo, mentre a chi serve il secondo non rimane che tremare e affidarsi in tutto al caso. Si dirà forse da taluno che la colpabilità è assai più del primo, ma quando gli effetti che produce sono i meno cattivi, noi lasciamo che della sua coscienza si prenda il pensiero lui e tiriamo innanzi.

Fin da quando nel castello di Pavia fingendosi uom fiacco e inferiore alla sua condizione stava spiando ogni mossa del terribile Bernabò, e aspettava l'occasione, a fuggir la noia di una vita senz'azione ed il tormento del desiderio combattuto dall'incertezza e dalla speranza s'era dato a studiare le cose che costituivano la sapienza di quei tempi. Da questi studi s'era venuto ingenerando in lui l'amore per le lettere e per le arti, e la stima per quelli che decorosamente le professano, a tal che godeva intrattenersi con essi, e manifestamente li proteggeva. Fra i molti che il Conte di Virtù guardava con occhio di stima e d'amore, eravi anche il cavaliere Alberigo Fossano.

In una stanza su in alto del palazzo ducale di Milano, tutto intento ad osservare la prim'alba d'un giorno d'agosto, stavasi il nostro Alberigo seduto vicino ad un finestrone. Aveva presso una tavola, su cui stavano molti fogli scritti, appesa alla parete la sua spada, su di un tavoliere il suo liuto. Chi avesse posto il piede nella sua stanza, senza saperne altro, avrebbe al certo potuto indovinare chi egli fosse e che facesse. La sera prima, nella gran sala ducale dove erano intervenuti tutti i cortigiani del Conte di Virtù, il fiore de' cavalieri e delle gentildonne milanesi, egli s'era fatto applaudire col suo liuto e col suo canto. Aveva ottenuto ciò che in que' tempi era difficile, per non dire impossibile, ad ottenere: ammirazione all'ingegno ed all'arte.

Avendo intraveduto i pensieri del Conte che mirava ad estendere il proprio dominio, il Fossano ne lusingava di solito col canto l'ambizione, non per il fine esclusivo di farselo amico sempre più, ma perchè, amantissimo com'era della propria patria, vedeva che coll'estendersi il dominio del Conte, veniva ad accrescersi anche l'importanza politica di lei. Per queste particolari sue doti, a voler tacere delle altre, il Visconti l'avea carissimo, e fattolo alloggiare presso di sè, non era cortesia che non gli usasse. Il Fossano adunque, dotato com'era di tante virtù, ammirato e festeggiato da tutta la sua patria, osservato con compiacenza dalle più belle lombarde, distinto da quel potente Visconti, doveva sentire le vere gioie dell'esistenza. Eppure a vedere con che trista gravità, in quella sua cella solitaria, volgeva gli occhi come passando di pensiero in pensiero, e li fermava poscia, quasi fissandosi di preferenza in uno di essi, non pareva che di quella felicità egli gustasse punto.